Nastrucci ridona anima e corpo alla chitarra Sabionari di Stradivar

02 nov 2026

Non solo archi. Non solo violino. Ma anche altro. Sempre però con denominatore comune il suono: inconfondibile. Singolare. Centro e cuore dell’arte di Antonio Stradivari. Sound che non nasce solo da un archetto, ma anche dalle dita che ‘baciano’ le corde di una chitarra. Stradivari non ha costruito solo mirabili violini, viole e violoncelli. Nella sua produzione artistica si contano anche liuti, mandolini, arpe e appunto chitarre. Sicuramente di più rispetto al numero di dodici che è tradizionalmente accettato. Ne sono rimaste cinque, sepolte nei musei. E solo due attualmente utilizzate in concerti. Una di queste è ‘La Sabionari’, 1679. Modello perfetto per il liutaio cremonese di cui non volle separarsi e che fu, invece, venduta dai figli nel 1770, dopo la sua morte, a Giovanni Sabionari, facoltoso mercante di Ferrara. Ora di proprietà dei collezionisti Roberto e Ruggero Domenichini, temporaneamente affidata al Museo del Violino. A sua volta, l’istituzione cremonese, l’ha affidata a  Ugo Nastrucci. Esecutore di lunghissimo corso. Rinomato liutista, tiorbista e compositore italiano. Uno dei pochi a cui viene affidato lo strumento stradivario per dei recital come quello ‘celebrato’ nell’agorà dell’Auditorium Giovanni Arvedi. Un’iniziativa fondamentale per far capire la grandezza del sommo liutaio anche con altri strumenti, anche al di fuori di quelli della famiglia degli archi. Del resto, è ben noto che, fin dai tempi degli Amati, le botteghe liutarie cremonesi producevano una gamma di strumenti assolutamente poliedrica. 

Programma altrettanto poliedrico quello proposto da Narducci per dare la possibilità di cogliere tutte le sfumature sonore di uno strumento che ha quasi 350 anni. E’partito con Carlo Calvi, seicentesco liutista bolognese. Autore di raccolte di antologie di ‘intavolature’ (così si chiamava la musica per strumenti a pizzico in epoca rinascimentale e barocca). Dalla mitica scuola musicale seicentesca di Bologna a quella, altrettanto importante, di Torino con Giovanni Battista Granata poi arrivato anche lui nel capoluogo emiliano. Compositore assolutamente pregevole di musica liutistica. E di certo non poteva mancare in questo excursus liutistico il nome di Francesco Corbetta; considerato, dalla critica musicale, uno dei più grandi virtuosi di chitarra barocca. E dallo scenario italico si è passati al linguaggio iberico, sempre seicentesco, con Gaspar Sanz. Chiuso il capitolo seicentesco Narducci ha portato lo strumento del mitico liutaio nelle tonalità contemporanee di sue composizioni.

Ne è uscito un recital di grande spessore artistico. Narducci ha riproposto la figura dell’esecutore e compositore. Ha lavorato perfettamente su quei testi musicali all’epoca conosciutissimi, ricamandoli, come era nell’uso, di improvvisazioni. Arabeschi in perfetto stile barocco che hanno restituito quei linguaggi nella loro originalità. Nella loro freschezza a metà strada tra la musica colta e la fantasia delle melodie popolari. Belli ed espressivi i chiaroscuri tra parti accordali e impervie linee melodiche. 

Narducci ha dimostrato di essere grande musicista. Non solo per la tecnica chitarrista e, diciamolo, anche liutistica ma anche per l’empatia con il pubblico. Sa rendere semplici e ‘moderni’ pezzi antichi con una facilità incredibilmente. 

Mirabile il suono della SABIONARI; capolavoro del maestro che resterà esposta al Museo del Violino. Applausi.

 

Roberto Fiorentini

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