Tra natura e artificio: in auditorium un quintetto prodigioso per lo STRADIVARIfestival
19 ott 2026
Due quintetti stasera al Museo del Violino, per lo STRADIVARIfestival, contrapposti a raffigurare la madre di tutte le dicotomie: l’insanabile contrasto tra “naturale” e “artificiale”.
Un ensemble di formidabili musicisti ha scelto di accostare La Trota di Franz Schubert al Quartetto in sol minore n. 1 op. 25 di Johannes Brahms, trascritto da Arnold Schönberg per orchestra sinfonica e per questa circostanza ‘ritrascritto’ in una originale versione per quintetto con pianoforte. Come a dire: da un lato uno dei capolavori cameristici più amati di Schubert, immerso in una freschezza spontanea e prorompente; dall’altro una composizione complessa e stratificata, l'equivalente di un prompt paradossale dato a un’intelligenza artificiale: «trascrivi per quartetto d'archi e pianoforte un trio d'archi e pianoforte, ma soltanto dopo averlo ripensato per grande orchestra sinfonica». Autori strettamente collegati, Schubert e Brahms, accomunati dal confronto con l'ingombrante ombra di Beethoven. Schubert intuisce che la misurazione del tempo si fonde con la struttura stessa dell’universo tonale e trova una via di fuga nel fermento della musica folklorica viennese – un crogiuolo di etnie da cui attinge a piene mani nel periodare e nella contaminazione con le forme popolari. Brahms lo segue lungo questa traccia non priva di ostacoli, a quanto pare poco gradita al pubblico e alla critica del suo tempo. Un severo recensore dell’epoca scriveva infatti della musica brahmsiana: «passaggi su passaggi privi di qualsiasi tonalità che vagano attraverso le porte delle modulazioni, intorno agli angoli delle alterazioni e attraverso labirinti cromatici che non portano in nessun luogo in particolare, se non nel regno della vertigine... Si vede l’uomo al lavoro, anziché il risultato della sua fatica. Le digressioni sono come i sentieri di un labirinto: lasciano perplesso il visitatore che cerca un punto per riposarsi, ma il cui sguardo cade ovunque su schermi di contrappunto». Eppure, è proprio nel superamento di questo apparente labirinto che la serata ha toccato vette d'eccellenza. Il quintetto di musicisti d'eccezionale levatura – composto da Rosanne Philippens (violino), Sara Ferrández (viola), Alban Gerhardt (violoncello), Edicson Ruiz (contrabbasso) e Thomas Hoppe (pianoforte) – ha eseguito i brani in programma con un'intesa trasparente e una padronanza tecnica impeccabile. Nella resa de La Trota, la formazione ha saputo restituire tutta la cantabilità e la spontaneità dell'ispirazione schubertiana: il pianoforte nitidissimo e brillante di Hoppe (non sembrava neanche il solito Fazioli che conosciamo) ha dialogato in perfetta simmetria con il fraseggio espressivo e il bellissimo e tornito suono del violino di Philippens, in uno scambio continuo con il timbro vellutato della viola di Ferrández, sostenuti dalle linee avvolgenti del violoncello ‘cantante’ di Gerhardt e dal timbro profondo, mai invadente ma plastico, del contrabbasso di Ruiz. L’ensemble ha brillato per una reattività eccezionale ai repentini cambi di tessuto fonico sciorinato dalla partitura schubertiana: oltre le modulazioni ardite che sono il marchio di fabbrica impagabile del compositore viennese l’elaborazione motivica è passata da isole di pastoso lirismo a ritmi puntati che hanno letteralmente fatto saltare sulle poltrone il pubblico per poi ammaliarlo con gli intrecci delle “sublimi lunghezze” che sempre incantano nelle innumerevoli gemme di cui è cosparso il repertorio schubertiano. Il quarto tempo ha messo in luce la bravura del pianista che ha concentrato su di sé l’attenzione grazie all’intelligenza e assoluto controllo di timbro, articolazioni e dinamiche (controllo condiviso in toto con il gruppo) con cui ha condotto il gioco nel tema e variazioni sul celeberrimo Lied che dà il titolo al quintetto: quasi una jam session ante litteram, in cui ogni strumentista ha il suo ‘momento di gloria’ nel cantare la melodia, accompagnato dai suoi sodali. Lo stagno della trota era così realista che un autentico ronzante moscone ha volteggiato sui musicisti per tutto il tempo...
Anche nel complesso gioco di specchi del quintetto di Brahms l'ensemble ha mostrato assoluti prodigi di equilibrio e dinamica. L’evocazione dei colori e dei volumi è avvenuta senza mai perdere il respiro intimo della musica da camera; i cinque interpreti hanno condotto l'ascoltatore attraverso i meandri del contrappunto brahmsiano con chiarezza geometrica e travolgente carica emotiva. Affascinante il lirismo intenso espresso nelle melodie parallele dell’Andante con moto; il celebre Rondò alla Zingarese finale è esploso in un virtuosismo serrato – una ridda folle e indiavolata figlia delle serate più riuscite Al riccio rosso, l’osteria viennese preferita di Brahms a cui tanto dobbiamo per la sua musica immortale –, coronando un concerto da incorniciare, in cui la naturalezza del canto si è fusa con l'artificio raffinato della grande architettura formale.
Il pubblico numeroso ed entusiasta ha salutato gli artisti con lunghissimi e convinti applausi.
Fotoservizio di Francesco Sessa Ventura
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Angela Alessi
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19/10/2026