Lorenzo Frignani: quarant’anni tra costruzione, restauro e ricerca storica alla ricerca del significato profondo della liuteria
06 giu 2026
Costruzione, restauro, ricerca storica, didattica, consulenza museale: ridurre il lavoro del Maestro Lorenzo Frignani alla sola definizione di “liutaio” rischia di essere limitante. Da oltre quarant’anni il suo percorso attraversa mondi diversi, dagli strumenti ad arco a quelli a pizzico, dalla conservazione del patrimonio storico alla formazione di nuove generazioni di artigiani.
Nel corso della sua carriera ha costruito strumenti, restaurato collezioni, collaborato a progetti internazionali sulla sostenibilità dei materiali, insegnato a studenti provenienti da numerosi Paesi e raccolto una delle più importanti collezioni private di strumenti storici a pizzico. Un’attività che si muove continuamente tra pratica artigianale, ricerca storica e riflessione culturale.
In questa conversazione abbiamo parlato di tradizione e innovazione, del futuro della liuteria italiana, dell’importanza della musica nelle nuove generazioni e di quella ricerca del bello che, secondo Frignani, continua ancora oggi a rappresentare il vero motore del mestiere.
Lei costruisce e restaura strumenti da oltre quarant’anni: cosa è cambiato di più nel suo modo di guardare uno strumento musicale rispetto agli inizi?
Rispetto agli inizi è cambiato praticamente tutto. Quando si comincia si apprendono soprattutto il metodo, la tecnica, il significato più immediato del fare. Col tempo, però, lo sguardo cambia profondamente. Grazie allo studio e all’esperienza maturata attraverso tecniche costruttive differenti — talvolta vicine tra loro, talvolta completamente diverse — ho portato avanti parallelamente percorsi legati sia agli strumenti ad arco sia a quelli a pizzico, e questo ha inevitabilmente modificato il mio approccio.
Oggi quando guardo uno strumento non vedo più soltanto un oggetto costruito bene o male: vedo il contesto storico che lo ha generato, le esigenze musicali per cui è nato, il percorso tecnico che ha attraversato, le trasformazioni che ha subito nel tempo. In fondo uno strumento musicale è un oggetto complesso: è tecnica, storia, cultura materiale e relazione umana allo stesso tempo.
La sua attività spazia dalla costruzione al restauro, dalla consulenza museale alla ricerca storica: si sente prima di tutto un artigiano, uno studioso o un custode della memoria musicale?
Credo che per un artigiano sia naturale approfondire, attraverso la ricerca storica, il significato della propria tradizione. È una presa di coscienza che arricchisce inevitabilmente il lavoro quotidiano.
La curiosità spinge a studiare: si finisce per interessarsi agli aspetti sociali, culturali e artistici, perché tutto contribuisce a spiegare perché uno strumento sia stato costruito in un certo modo piuttosto che in un altro. Per questo faccio fatica a separare le cose. L’artigiano, se rimane curioso, inevitabilmente diventa anche studioso.
Alla fine costruire o restaurare senza interrogarsi sul significato storico di ciò che si ha davanti rischia di ridurre il mestiere a un insieme di procedure tecniche, mentre la liuteria è qualcosa di molto più ampio.
Ha formato decine di apprendisti provenienti da molti Paesi: cosa cerca oggi in un giovane che vuole diventare liutaio?
Nella didattica è fondamentale saper leggere sia i punti di forza sia quelli di debolezza della tecnica che l’apprendista sta acquisendo. Ogni persona ha tempi, capacità e sensibilità differenti e il compito di chi insegna è accompagnare gradualmente verso l’autonomia.
È un lavoro che incuriosisce molti giovani e talvolta può sembrare una strada alternativa rispetto a percorsi più tradizionali, ma richiede una disponibilità mentale molto ampia. Significa confrontarsi con culture differenti, con tradizioni costruttive lontane dalle nostre, con modi diversi di pensare il rapporto tra artigianato e musica.
Il compito del maestro non è creare copie di sé stesso, ma accompagnare qualcuno fino al momento in cui può camminare da solo.
Gran parte del suo lavoro è dedicata allo studio della storia della liuteria e alla valorizzazione di figure storiche: quanto conta il patrimonio storico della liuteria per costruire il futuro di questo mestiere?
Conta moltissimo, perché è dalla tradizione che emergono le basi solide che ci permettono di capire la direzione futura.
Studiare strumenti e collezioni storiche permette di osservare come i grandi maestri ricercassero prima di tutto una perfezione di significato più che una precisione puramente millimetrica. È sorprendente vedere quanto spesso l’equilibrio generale, l’idea sonora, la funzione musicale abbiano più peso della semplice perfezione geometrica.
Oggi abbiamo anche strumenti tecnologici e scientifici che ci consentono approfondimenti impensabili fino a pochi decenni fa. Questo però non significa rinunciare all’intuizione o alla sensibilità. Nel processo costruttivo e nel suono rimangono elementi difficilmente spiegabili, ed è probabilmente proprio lì che nasce il fascino di questo mestiere.
Studiare il passato serve soprattutto a non perdere di vista il focus: costruire strumenti che rispondano a esigenze musicali, acustiche e artistiche.
Lei ha lavorato molto sugli strumenti a pizzico, dalle chitarre storiche alla conservazione di strumenti rarissimi: cosa rende questi strumenti diversi, dal punto di vista del liutaio, rispetto a quelli ad arco?
Gli strumenti a pizzico e quelli ad arco divergono profondamente nel loro utilizzo musicale.
Una chitarra classica, romantica o barocca è spesso uno strumento di singolarità: il musicista si trova solo con il proprio strumento e con il proprio repertorio. Gli strumenti ad arco, invece, nascono molto più frequentemente per dialogare con altri strumenti, costruire organici complessi, creare combinazioni sonore.
Per questo considero gli strumenti a pizzico più legati a una dimensione individuale, mentre quelli ad arco li vedo come strumenti di relazione musicale.
Naturalmente esistono eccezioni, virtuosismi, repertori specifici, ma questa distinzione generale influisce molto anche sull’approccio costruttivo: cambia il modo in cui si pensa la risposta sonora, l’equilibrio timbrico, il rapporto tra musicista e strumento.
Nel progetto europeo dedicato alle chitarre costruite con legni non tropicali avete affrontato temi di sostenibilità e materiali alternativi: quanto dovrà cambiare la liuteria nei prossimi decenni?
Ho partecipato a un progetto europeo triennale che coinvolgeva scuole di liuteria e specialisti provenienti da diversi Paesi. L’obiettivo era costruire strumenti utilizzando legni non tropicali per comprendere quanto fosse realmente necessario continuare a dipendere da materiali sempre più difficili da reperire.
I risultati sono stati sorprendenti. In prove comparative anonime gli strumenti costruiti con legni non tropicali hanno ottenuto risultati eccellenti, dimostrando che il materiale, da solo, non determina la qualità finale.
Quello che conta davvero è il progetto costruttivo.
Non esiste uno strumento migliore in assoluto: esistono strumenti differenti, adatti a esigenze differenti. Uno strumento di qualità non è semplicemente quello che suona forte, ma quello equilibrato, funzionale, capace di emozionare.
La musica, in fondo, è uno dei luoghi in cui fisico ed emotivo si incontrano.
Dopo essere stato presidente dell’associazione dei liutai professionisti italiani, come vede oggi lo stato di salute della liuteria italiana?
La domanda vera, prima ancora di parlare di mercato, è: come sta andando il rapporto delle nuove generazioni con la cultura musicale?
Se le nuove generazioni smettono di avvicinarsi alla musica, fra qualche decennio avremo meno musicisti e quindi meno bisogno di strumenti musicali. È questo il nodo centrale.
Viviamo in un mondo sempre più digitale, dove il rapporto fisico con gli strumenti si è progressivamente indebolito. Per questo il problema non è quanti strumenti vendiamo oggi, ma quale rapporto avranno con la musica i ragazzi che oggi frequentano scuole elementari e medie.
La musica rimane qualcosa che produce benessere, crea relazioni, costruisce identità culturale. Se perdiamo questo rapporto, perdiamo qualcosa di importante non soltanto culturalmente, ma anche umanamente.
Nel corso degli anni ha costruito anche una delle raccolte private più importanti di strumenti storici a pizzico: come nasce questa collezione e quale valore ha oggi per il suo lavoro?
La collezione è nata quasi spontaneamente, seguendo il percorso della mia vita professionale. Non potendo collezionare tutto, mi sono ritrovato progressivamente a concentrarmi sugli strumenti a pizzico storici, arrivando oggi a raccogliere circa duecento strumenti. Una quantità importante, che col tempo ha assunto un significato diverso rispetto all’idea iniziale di semplice raccolta.
La cosa interessante è che molti di questi strumenti sono rimasti nelle condizioni in cui li ho trovati. In parte è stato casuale: semplicemente non c’è mai stato il tempo materiale di intervenire su tutto. Ma questa apparente sfortuna si è trasformata in una fortuna enorme, perché oggi molti di questi strumenti conservano ancora caratteristiche autentiche che rischiano di andare perdute attraverso restauri invasivi, modifiche funzionali o adattamenti successivi.
Questa raccolta rappresenta quindi soprattutto uno strumento di studio. Uno strumento storico genuino, anche se imperfetto o deteriorato, spesso racconta molto più di uno strumento completamente rimaneggiato. La conservazione, da questo punto di vista, non significa immobilizzare gli oggetti, ma preservarne la capacità di raccontare la propria storia.
Oggi considero questa collezione soprattutto una responsabilità: custodire materiali che possono ancora insegnare molto a chi costruisce, studia o cerca di comprendere la storia degli strumenti musicali.
Tra restauri, strumenti storici, mostre, insegnamento e ricerca: c’è uno strumento o un incontro professionale che considera il momento più significativo della sua carriera?
Più che gli strumenti, sono state soprattutto le persone a lasciare i segni più profondi nel mio percorso.
Ho avuto la fortuna di incontrare figure che, più che insegnarmi come piegare una fascia o rifinire un dettaglio estetico, mi hanno trasmesso il significato del bello e il senso profondo di questo mestiere. Penso a Guerriero Spataffi, che mi ha trasmesso un approccio molto libero e disincantato verso il lavoro; a Otello Bignami, con cui ho potuto approfondire aspetti fondamentali della formazione; e naturalmente a Renato Scrollavezza, con cui il dialogo spesso andava ben oltre la liuteria.
Con Scrollavezza si parlava di pittura, architettura, scultura, di tutto ciò che, oltre alla funzione, possiede armonia e capacità espressiva. Ed è proprio questo che ho imparato da questi incontri: gli strumenti musicali sono certamente oggetti funzionali, ma sono anche forme di equilibrio, ricerca estetica e cultura materiale.
Alla fine, guardando indietro, mi accorgo che ciò che rimane davvero significativo sono i rapporti umani. Continuo ancora oggi ad ascoltare chiunque abbia qualcosa di interessante da insegnarmi, perché in questo mestiere non si finisce mai di imparare.
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Filippo Generali
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06/06/2026