Liuteria, la certificazione è uno strumento essenziale per la tutela della qualità

22 apr 2026
Liuteria

Ho già sottolineato come non debba essere prioritario il rapporto “stanziale dei liutai” fra Cremona e la Liuteria. La tradizione liutaria della nostra Città non va limitata alla residenza e neppure alla domiciliazione del Maestro Liutaio. La sua “cremonesità” è sostanzialmente espressione di un suo saper-fare che si è evoluto affidandosi alla grande tradizione di cui Cremona è custode. La liuteria contemporanea cremonese non è mera riproduzione degli strumenti del glorioso passato, ma fa riferimento ad essi, attenta a rispondere alle esigenze del musicista contemporaneo, sia questi compositore o interprete. 

Su questo tema credo già si sia trovata la quadra. I liutai stranieri che operano forti della lezione della nostra liuteria classica non hanno bisogno di nascondere i propri natali, ma hanno necessità d’evidenziare quale sia il proprio bagaglio culturale appreso in Cremona.

Sottolineo che la liuteria è un’arte a servizio di altra arte: la musica. Alla musica lo strumento dà voce e non si tratta di un suono definito a priori (standardizzato), ma ogni strumento possiede un timbro che lo caratterizza. Lo strumento è fornito di una propria identità, questa è componente essenziale della musica. Quando la musica viene interpretata raggiunge il proprio scopo. Un brano su uno spartito è “musica latente”: ad essa manca la caratteristica precipua d’essere “espressione estetica”. Le arti richiedono di raggiungere l’immaginazione del fruitore. Ciò accade attraverso i sensi. Non si dimentichi che il termine estetica deriva dal greco αἴσθησις (aísthēsis) il cui significato corrisponde in italiano a sensazione, percezione. 

Si tratta della conoscenza attraverso la sensorialità che si consegna allo “io”.  La soggettività riconosce d’essere alla presenza di un’opera d’arte.  Ma prima c’è l’esperienza che nel caso della musica si avvale dell’udito. Non a caso il termine “senso” ha la stessa etimologia del termine “sentimento”, proprio della fruizione. Ci sarebbe da riprendere la filosofia dell’arte, ma un tale percorso svierebbe l’argomento principale: la liuteria è arte.

Ci si limita quindi ad un’esemplificazione. Un bimbo che usa i pastelli “disegna”, ma (l’avversativa è d’obbligo!) molto raramente il suo “scarabocchio” raggiunge livelli estetici significativi. Non si può però negare che l’orizzonte entro cui egli opera sia comunque espressione del suo immaginario estetico. Quando viene lodato, per gratificarlo, si dice: “che bravo hai fatto un’opera d’arte”. Diversamente, quando compie un’operazione di aritmentica si rileva che “è bravo in matematica”. Ciò non significa che sia un matematico, ma che il suo approccio alle “quantità” costituisce una conoscenza entro tale orizzonte disciplinare specifico.

Da ultimo, è doveroso far riferimento alla natura del “giudizio estetico” che è sempre soggettivo.

Questa lunga sbrodolata, non me ne voglia il lettore, sostiene, per dirla “in soldoni”, che la liuteria non è una mera forma di artigianato artistico, ma, quando raggiunge risultati eccelsi, è arte. Il liutaio può rimanere allo stadio infantile e abbandonare l’impresa, può raggiungere risultati dignitosi come artigiano, può …. essere un artista.

Quindi che ci azzecca la certificazione? Si liquida così la certificazione? È questione priva di consistenza?

Piano!

Se per certificazione s’intende (come ben hanno sottolineato numerosi interlocutori, tra cui maestri liutai) una mera questione burocratica, questa si ammanta pretestuosamente di legalità. La dichiarazione di principio non costituisce un fatto scientifico, tanto meno comporta una credibilità in merito al valore dello strumento. Si simula una “carta d’identità”, che riporta dati (facilmente falsificabili!) e che segue le modalità di un “vetero positivismo” che un tempo è servito, ma che oggi è superato.

Già, la carta d’identità, per continuare l’esempio richiamato, oggi è “digitale”. L’esempio è un po’ claudicante (zoppica un pochino!), ma può ugualmente servire: prendiamo il simile nel dissimile.

La carta digitale per analogica ci insegna che vanno tenuti in seria considerazione gli sviluppi scientifici e tecnologici oggi in nostro possesso. Poi ci ricorda che quanto conta veramente sono “i rilievi”, non le narrazioni. Sono i dati intrinseci allo strumento quelli che contano.

Affinché la certificazione, qualora un maestro liutaio se ne voglia avvalere o l’acquirente del suo strumento glielo richieda, può essere supportata da rilievi scientifici che offrano dati inconfutabili.

Certamente, la dendrocronologia, la chimica delle vernici, l’acustica, la storia dello strumento, l’epoca culturale connessa alla musica in cui è realizzato, tutte queste informazioni costituiscono dati importanti, ma un esame che evidenzi “i caratteri meccanici” dello strumento ne determina, di per sé, l’aspetto inconfutabile che ne fissa l’identità. Mediante la meccanica dello strumento, anche se nel tempo lo strumento si modifica per l’uso e si rendono fattibili ulteriori esami che aggiornano quelli precedenti, si constata come ne rimanga memoria della originale “natura” del comportamento. 

È proprio un’analisi dinamica di natura vibro-acustica interconnessa con l’analisi dell’interazione fra le parti dello strumento a determinarne la “firma”, anche al variare del tempo e della storia d’uso dello strumento stesso.

Quindi ritengo che in altro contesto, non quello cui si è fatto originariamente allusione alla certificazione, quest’ultima oggi assuma caratteri completamente rinnovati che possono suscitare un certo interesse e una proficua discussione.

Anna Lucia Maramotti Politi

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