Tra bottega e associazione: il percorso del Maestro Alessandro Fendillo nella liuteria contemporanea
26 mar 2026
Segretario dell’Associazione Liutaria Italiana e figura attiva nella promozione della liuteria contemporanea, Alessandro Fendillo rappresenta una generazione di artigiani che, pur giovani, hanno già trovato un proprio spazio in un settore fortemente competitivo. Nato e cresciuto a Cremona, culla della tradizione liutaria, ha costruito il suo percorso tra formazione internazionale, confronto con maestri diversi e una costante ricerca personale sul suono e sulla qualità degli strumenti. Accanto all’attività in bottega e all’insegnamento, il suo impegno nell’associazione lo pone oggi anche al centro delle dinamiche organizzative e relazionali del mondo liutario italiano. In questa intervista ripercorre le tappe principali della sua crescita, tra tradizione, esperienza sul campo e visione del mestiere.
Nato e cresciuto a Cremona, quanto ha influito la sua famiglia nella scelta di diventare liutaio?
Ha influito tantissimo. Vengo da una famiglia in cui mio nonno era collezionista e suonava il violino per passione. Fin da piccolo passavo molto tempo con lui: quando aveva il negozio chiuso mi portava in giro per le vie di Cremona e spesso entravamo nelle botteghe dei liutai. Era un modo naturale di stare insieme, ma per me è stato anche un primo contatto diretto con questo mondo. Respirare quell’ambiente fin da bambino mi ha segnato profondamente e ha orientato in modo decisivo sia la scelta della scuola sia quella che poi è diventata la mia professione.
Cosa ricorda degli anni alla Scuola Internazionale di Liuteria?
Ricordo soprattutto le basi solide che mi ha dato la scuola, che sono fondamentali ancora oggi nel mio lavoro. Ma oltre all’aspetto tecnico, quello che mi è rimasto di più è l’esperienza umana. Ho frequentato anche il percorso di restauro, e questo mi ha portato a trovarmi in classi molto internazionali: c’erano studenti giapponesi, coreani, australiani, mentre gli italiani erano pochi. Questo ha reso l’esperienza davvero completa, perché non si trattava solo di imparare un mestiere, ma anche di confrontarsi ogni giorno con culture diverse, modi di lavorare e mentalità differenti. È stata una formazione a 360 gradi, non solo professionale ma anche personale.
Quanto è stato importante confrontarsi con maestri diversi durante la formazione?
È stato molto importante, anche se non sempre semplice. Avere un solo maestro permette di approfondire un metodo in modo molto lineare, mentre cambiare spesso – come è successo a me, con cinque maestri in cinque anni – all’inizio può creare confusione, perché ogni anno ti trovi a dover rimettere in discussione quello che hai appena imparato. Quando non si hanno ancora basi solide, questo può essere destabilizzante. Però col tempo si rivela una grande ricchezza: oggi mi accorgo di utilizzare tecniche e approcci che ho appreso in momenti diversi del mio percorso. È come aver costruito una sintesi personale tra varie scuole di pensiero. Alla fine questo ti porta a sviluppare una tua identità, una tua via, che è probabilmente il risultato più importante.
Lei ha studiato anche restauro: quanto ha inciso questa esperienza sul suo lavoro?
Anche se poi non ho intrapreso la strada del restauro in modo continuativo, è stata un’esperienza molto utile. All’inizio pensavo anche a quello, soprattutto per via della collezione di strumenti che aveva mio nonno. Poi però mi sono accorto che la mia vera passione era la costruzione: mi affascinava di più seguire uno strumento dalla nascita fino alla fine. Per questo mi sono concentrato sul nuovo. Tuttavia il restauro mi ha lasciato un approccio diverso: continuo a studiare gli strumenti antichi, a osservarli con attenzione, a cercare di capire il lavoro dei grandi liutai del passato. Avere la possibilità di vedere da vicino strumenti importanti e conoscere autori diversi è una grande fortuna e contribuisce molto alla crescita.
Dopo il diploma ha lavorato con Stefano Conia e Luca Bellini: cosa le hanno lasciato queste esperienze?
Sono state esperienze molto formative, anche perché in realtà c’era una continuità tra i due. Bellini era stato allievo di Conia, quindi il metodo di lavoro era simile. Io ho avuto Bellini a scuola, poi ho fatto il tirocinio da Conia e successivamente ho lavorato di nuovo con Bellini. Questo mi ha permesso di consolidare un certo tipo di impostazione senza dover ricominciare da capo ogni volta. Nei primi anni ero ancora molto acerbo, quindi il confronto quotidiano è stato fondamentale per crescere. Però il vero salto di qualità è arrivato quando ho iniziato a uscire dalla bottega e a confrontarmi con il mondo esterno, con altri liutai e con il mercato.
Che ruolo hanno avuto fiere e concorsi nella sua crescita?
Direi un ruolo decisivo. Le prime esperienze in Giappone, a partire dal 2013 con l’Associazione Liutaria Italiana, sono state una svolta. Finché lavori solo in bottega, costruisci strumenti ma non hai una percezione completa di come verranno utilizzati e da chi. Partecipare a fiere internazionali ti permette invece di vedere i tuoi strumenti nelle mani dei musicisti, di capire cosa cercano i clienti, soprattutto in mercati diversi come quello asiatico. Questo confronto diretto ti fa prendere coscienza del tuo lavoro e ti aiuta a migliorare. Inoltre è stato fondamentale anche per costruire una rete di contatti e iniziare a farsi conoscere.
Quali sono state le principali difficoltà nell’aprire una bottega nel 2012?
La difficoltà principale è stata entrare in un mercato molto competitivo. Oggi a Cremona ci sono circa 250 liutai, quindi farsi spazio non è semplice. Bisogna trovare un equilibrio tra un prezzo accessibile e il valore del proprio lavoro, senza svalutarsi. All’inizio non si può chiedere quanto un maestro con decenni di esperienza, ma allo stesso tempo in quella fascia di prezzo c’è molta concorrenza. Il problema è farsi conoscere: io consiglio sempre ai giovani di investire su questo, anche a costo di qualche sacrificio, come fare sconti o rinunciare a qualcosa. Mandare gli strumenti in giro è fondamentale. Poi ci sono le difficoltà pratiche: tasse, spese, gestione dell’attività. Serve costanza e capacità di resistere nel tempo.
Dal 2020 è anche docente: com’è passare dall’altra parte della cattedra?
È una sensazione particolare. Non insegno a tempo pieno, ma tengo corsi PCTO per alcune decine di ore all’anno, e ogni volta è una sfida perché non sai mai chi ti trovi davanti. Cerco sempre di mettermi nei panni degli studenti, pensando a cosa avrei voluto io quando ero al loro posto. Questo significa andare con calma, spiegare bene ogni passaggio, soprattutto il “perché” delle cose. Per me oggi molti processi sono automatici, ma per loro no. Inoltre spesso ci sono difficoltà linguistiche, perché le classi sono molto internazionali. È impegnativo, ma anche molto gratificante: l’obiettivo è lasciare qualcosa, trasmettere esperienza e aiutare gli studenti a capire davvero il senso di questo lavoro.
Cosa contraddistingue la sua liuteria?
Credo soprattutto l’umiltà e la costanza. Mi sono legato molto a un maestro, Nicola Lazzari, che considero un punto di riferimento. Ancora oggi vado da lui a chiedere consigli e a mostrargli il mio lavoro, e spesso ricevo critiche che mi aiutano a migliorare. Cerco sempre di rimanere con i piedi per terra, di non avere arroganza e di fare ogni strumento al meglio delle mie possibilità. L’idea è lavorare in modo pulito, onesto, senza scorciatoie, mettendoci impegno e continuità. È un lavoro fatto di tempo e di esperienza: i risultati arrivano, ma solo con costanza.
Oltre alla bottega, è segretario dell’Associazione Liutaria Italiana: cosa comporta questo ruolo?
È un impegno importante, che negli ultimi anni è diventato sempre più rilevante. Mi occupo della gestione delle comunicazioni e dell’organizzazione e, in certi momenti, questo ruolo richiede davvero molto tempo, a volte quasi più del lavoro in bottega. L’associazione è cresciuta molto, siamo arrivati vicino al centinaio di soci, e questo comporta anche una maggiore complessità nella gestione. Bisogna mediare tra tante esigenze diverse e non è sempre possibile accontentare tutti: anche una semplice comunicazione può essere vista in modi diversi. Serve molta pazienza e senso di responsabilità. È una sfida impegnativa, ma anche stimolante, perché è un modo per contribuire attivamente alla comunità dei liutai.
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Filippo Generali
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26/03/2026