Ritratti “in musica” nella Modena della Restaurazione austro-estense

09 ott 2026

Un rinnovato interesse musicale pervade Modena - capitale del ducato estense dal 1598 - fin dai primi anni della Restaurazione che vede, dopo la caduta di Napoleone, il ripristino delle antiche monarchie, come sancito dal Congresso di Vienna. Ristabilita nel 1814 la dinastia estense con il duca Francesco IV d’Austria Este, si assiste a una fioritura della cultura musicale non soltanto nei teatri, di illustre tradizione sei-settecentesca e sempre vivacissimi durante il governo francese, ma anche nei salotti dei palazzi aristocratici e nei giardini delle ville estive, e quindi nella più ridotta cerchia familiare e amicale. Si tengono infatti intrattenimenti cameristici spesso affidati a “dilettanti”, e cioè esecutori non per professione, talvolta dalle ottime competenze. Ma accedere alla conoscenza di questa sfera privata di cultori non è certo agevole, data la relativa scarsità della documentazione; tuttavia, su tale pratica musicale, appartata ma molto diffusa nella Modena del tempo, possono in parte far luce alcune testimonianze figurative. 

Si colloca nel periodo iniziale della Restaurazione modenese una scena familiare dipinta dalla contessa Anna Campori Seghizzi (1781-1821), figlia del generale Giuseppe Campori marchese di Soliera, e moglie del conte Paolo Seghizzi. Dilettante miniaturista dal codificato stile neoclassico, si raffigura nell’Autoritratto alla spinetta con la figlia Giulia (1815 ca.-1895), futura marchesa Coccapani Imperiali (Modena, Galleria Estense) (FIG. 1). La miniatura su carta applicata a una lastrina d’avorio, eseguita a tempera con tratto sottile e stesure smaltate, è espressione di uno squisito gusto neoclassico, in parallelo con i modi del lombardo Giambattista Gigola. Anna si ritrae seduta su uno scranno Impero, con la bimba seduta sulle ginocchia, in atto di sospendere l’esecuzione alla spinetta per volgersi verso lo spettatore; sotto allo strumento, dai decori intagliati, si scorge un cesto con alcuni spartiti arrotolati; sotto allo scranno, un vasetto con rose e altri fiori: una piccola opera che tramanda non solo l’elezione culturale della nobildonna ma anche una domestica atmosfera d’affetti. E la lapide funeraria a parete nel suo luogo di sepoltura, la chiesa di San Biagio nel Carmine a Modena, recherà, oltre al suo profilo nel tondo scolpito con nitore neoclassico da Giuseppe Pisani, scultore di corte, una tavolozza con i pennelli e uno spartito musicale, emblemi delle sue colte passioni. 

Sulla base di manoscritti conservati nella Biblioteca Estense Universitaria di Modena, Riccardo Castagnetti ha potuto ricostruire le modalità dell’apprendimento, sia strumentistico che vocale, di Anna Campori, che fu allieva del noto compositore napoletano Michele Fusco, a Modena nella prima metà dell’Ottocento, dove fu concertatore e direttore dei cori nell’orchestra comunale. Secondo le ricerche di Castagnetti, il magistero di Fusco alla nobildonna dovette iniziare attorno al 1811, producendo anche materiali didattici destinati esclusivamente a lei; da questi lo studioso deduce «l’abilità e la raffinatezza raggiunta da Anna Campori alla tastiera [che] si possono intuire dalla partitura della Sinfonia per pianoforte di Fusco, unico brano non didattico dedicato alla nobile allieva, la cui esecuzione richiede una buona padronanza tecnica ed espressiva dello strumento». 

Un’altra miniatura, a tempera su avorio, mostra Ciro Menotti in atto di suonare la chitarra (Modena, Museo del Risorgimento) (FIG. 2). E’ il celebre patriota (1798-1831) nativo di Carpi (Modena), promotore del fallito moto carbonaro del 1831; scoperto il suo complotto, fu catturato presso il suo palazzo modenese e fu fatto giustiziare dal duca Francesco IV. In una data certamente anteriore al 1820, Menotti è rappresentato in età giovanile su un romantico sfondo di paesaggio, tra quinte vegetali che evocano atmosfere sentimentali, mentre compone accordi sulla chitarra; pare come distolto dalla concentrazione per fermare lo sguardo sullo spettatore. L’appoggio della chitarra sulla coscia destra, sopra un panno bianco, appare «modalità che si confaceva a chi desiderava eseguire un semplice accompagnamento musicale», come osserva Carla Costa nel commentare il noto Ritratto di Carolina Pitrot Angiolini, dipinto da Andrea Appiani attorno al 1810 (Milano, Pinacoteca Ambrosiana). S’intende ora attribuire la miniatura modenese, sulla base dei confronti stilistici suggeriti dalla sua buona qualità, al nobiluomo carpigiano Ippolito Bianchini Ciarlini (1767-1849), dilettante pittore che realizzò analoghi ritrattini di vari congiunti di Menotti, come il padre Giuseppe e la sorella Virginia (Carpi, Modena, Museo Civico). Al di là del valore storico-iconografico, la miniatura, destinata per il suo carattere intimistico a tramandare memorie familiari, diviene documento di inclinazioni e consuetudini dei ceti più elevati, anche nel settore della musica.  Menotti, d’estrazione sociale altoborghese in quanto figlio di un facoltoso imprenditore e commerciante del truciolo, aveva ricevuto un’ottima istruzione, che includeva la competenza musicale anche come potenziale elemento di affermazione nei salotti e nei circoli culturali. Così, trasferitosi a Modena, da buon dilettante di chitarra qual era, s’iscrisse alla Società Filarmonica cittadina, rifondata nel 1816, quasi immediatamente dopo il ripristino del governo ducale. Il sodalizio promuoveva concerti in occasione di festività civili e religiose e di eventi legati alla vita della corte, oltre a esecuzioni in residenze private; tra i soci, il maestro Antonio Gandini, direttore della Cappella ducale dal 1817 al 1842 e accademico filarmonico di Bologna, vari aristocratici quali il conte Camillo Sorra e il marchese Carlo Campori, oltre a cospicui borghesi come il notaio Vincenzo Borelli, sodale di Menotti nel moto del 1831 e come lui giustiziato. Il nome di Menotti figura anche nel Catalogo degli Accademici (…) della Reale Accademia dei Filarmonici, altra e ancor più elitaria istituzione che annoverava tra gli illustri soci aggregati il compositore correggese Bonifacio Asioli e Gioacchino Rossini.

Un’altra testimonianza pittorica documenta l’attività musicale anche fra le mura domestiche della benestante borghesia: il ritratto della Famiglia Malatesta (Modena, Palazzo Comunale), capolavoro giovanile del modenese Adeodato Malatesta (1806-1891), il celebre caposcuola dal 1839 direttore dell’Accademia di Belle Arti di Modena (FIG. 3). Raro esemplare di conversation piece o “scena di conversazione” nella pittura modenese del tempo, fu oggetto di una laboriosissima esecuzione, che si protrasse per anni a partire dal 1828. L’artista infatti vi rielabora i più aggiornati assunti stilistici appresi durante gli studi tra Firenze e Venezia, guardando a maestri quali Giuseppe Bezzuoli, Odorico Politi, Michelangelo Grigoletti, in un clima figurativo permeato dalla lezione di Ingres. La grande tela raffigura i tredici componenti del nucleo familiare del pittore, che vi si raffigura al cavalletto in atto di dipingere il ritratto di un fratello. Attorno al padre Giuseppe, capitano della Guardia Ducale, e alla madre Carlotta Montessori, si raccolgono i figli, tra loro legati da vincoli d’affetto espressi in gesti e in sguardi, in un orizzonte culturale in consonanza con il Biedermeier austriaco; in particolare, nell’angolo sinistro una fanciulla in un abito di lucente raso rosso, l’alta acconciatura trattenuta da un pettine “alla spagnola”, sta fissando lo spettatore, seduta a suonare la chitarra, attorniata da tre sorelle. E’ Lucia, futura sposa del pittore carpigiano Bernardino Rossi (1803-1865), condiscepolo e in seguito rivale del cognato Adeodato, col quale si contenderà la cattedra di pittura nell’Accademia e le commissioni della corte ducale: una “dilettante” chitarrista, forse accompagnata dal canto delle sorelle durante gli intrattenimenti cameristici. 

Nella ritrattistica dei primissimi decenni dell’Ottocento dunque ricompare, spesso tra braccia femminili, la chitarra, che ha dimensioni maggiori rispetto a quella sei-settecentesca; incontra infatti una rinnovata fortuna, dopo la diffusione della lira-chitarra legata all’estetica neoclassica, evocatrice di suggestioni archeologiche e di miti, da Apollo a Orfeo; la quale però, come argomenta Carla Costa, era «scomoda da suonare, costringeva ad una posa forzata, richiedendo una certa abilità per essere imbracciata». A questa diffusa inclinazione musicale doveva corrispondere una produzione di strumenti dai livelli senz’altro dignitosi, e talvolta altissimi: «tra Bologna, Modena e Ferrara – scrive Lorenzo Frignani – troviamo alcuni fra gli autori più significativi dell’epoca evolutiva di passaggio della chitarra fra il barocco e l’epoca romantica. Le chitarre di autori emiliani, quali Giacomo Zucconi, Filippo Guarmandi e Giuseppe Marconcini sono autentici capolavori per la qualità delle materie prime, delle vernici e della raffinatezza del lavoro».     

Prosperavano dunque le ensemble musicali, spesso poco più che familiari. La stessa duchessa di Modena, la colta Maria Beatrice Vittoria di Savoia, sposa dal 1812 di Francesco IV d’Austria Este, era stata educata alla musica nella corte torinese del padre, Vittorio Emanuele I, e suonava il clavicembalo da ottima dilettante. Di lei nella Biblioteca Estense di Modena si conserva la trascrizione di un brano musicale di Joseph Haydn, dal titolo Minuetto estratto da S.A.R. Beatrice Vittoria (…) dal Giuoco Filarmonico del Signor Giuseppe Haydn (BEMo, ms. s. d., a.G.2.17). 

Proviene dal versante della scultura un’altra attestazione di questo costume musicale: un bassorilievo, noto da incisione, raffigurante Santa Cecilia, la patrona dei musicisti e dei loro sodalizi, scolpito nel 1856 dal modenese Alessandro Cavazza (1824-1873), presentato all’Esposizione della Società d’Incoraggiamento per gli Artisti degli Stati Estensi per il suo triennio 1854-1856 (FIG. 4). La santa, dall’aspetto di una giovanissima fanciulla, è seduta in atto di suonare un piccolo organo portatile, in un abbigliamento di arcaizzante semplicità, benché l’autore indulga in un fitto drappeggio nei ricaschi della sopravveste. Nel punto di stile Cavazza si accosta al “purismo”, e in particolare s’ispira ai quattrocentisti toscani, sulla scorta del suo maestro Adeodato Malatesta. Sebbene l’espressione estatica e anzi trasfigurata del volto di Cecilia imprima alla rappresentazione un carattere devozionale, la quinta arborea alle sue spalle – desunta da saggi di Malatesta come il disegno con Figura femminile seduta sotto a un albero (Modena, collezione privata), databile verso il 1850 - introduce un’intonazione di accorato intimismo, quasi da aria belliniana, che si confà piuttosto a una giovane dama intenta a esibirsi in un salotto.      

Uno dei luoghi deputati alla musica, anche durante la Restaurazione modenese, fu il Collegio dei Nobili o di San Carlo, prestigiosa istituzione risalente al 1626, finalizzata alla formazione dei futuri uomini di corte e di potere, accogliendo i rampolli dell’aristocrazia non soltanto locale, ma anche italiana ed europea. Il cursus studiorum includeva, oltre agli studi letterari, filosofici e teologici, anche quelli scientifici e giuridici; inoltre, per completare la cultura mondana, imprescindibile per chi era destinato a ricoprire nella società posizioni apicali, erano previsti, accanto ai diporti della caccia e delle recite teatrali, materie come le arti figurative e l’architettura, gli esercizi cavallereschi della scherma e dell’equitazione, il ballo. E naturalmente era inclusa la musica, sia come canto che come pratica di strumenti – il violino, la chitarra, il mandolino, l’oboe, il clarinetto, il pianoforte… - con esibizioni in “accademie” e rappresentazioni nel Teatro del Collegio. Vigeva poi la consuetudine che i “principi degli studi”, ovvero i convittori premiati per gli esiti più brillanti, venissero effigiati nell’uniforme del Collegio, con l’onorificenza per meriti scolastici, tra gli oggetti allusivi alle discipline in cui eccellevano. 

Nella cospicua galleria dei convittori del San Carlo rimangono, così, tante testimonianze figurative, anche dei “principi d’arti”, tra cui appunto la musica. Sono ritratti affidati agli stessi docenti di pittura del Collegio, come il mediocre Luigi Girotti, che vi insegna disegno, pittura e miniatura dal 1822 al 1840, a cui succederà Luigi Manzini (1805-1866), che dopo Malatesta è l’artista più fecondo e rappresentativo dell’arte della Restaurazione. Per limitare la selezione ritrattistica ai “principi d’arti” distintisi nella pratica di strumenti a corda, il primo è il giovane Marchese Cesare Campori – futuro saggista e storico dello stesso Collegio – raffigurato da Luigi Girotti nel 1832, mentre mostra un suo elaborato grafico; accanto a lui, è appoggiata una viola (FIG. 5). Al violino si dedicarono con profitto altri convittori, raffigurati da Luigi Manzini in auliche mise-en-scéne di colonnati, scenografiche cortine e arcadici paesaggi. Nella sua serie di ritratti, Manzini esibisce una correttezza di mestiere e, anzi, un’eleganza nella conduzione stilistica che fanno superare l’impalcatura di convenzionale ufficialità predisposta per queste effigi, dal valore precipuamente esemplare e celebrativo. Ecco il nobiluomo ungherese Stefano Arpad Piszstory, premiato nel 1841, seduto presso un leggio con spartito, che pare aver appena sospeso un’esecuzione al violino (FIG. 6); il Conte Annibale Cassoli Lorenzotti, eccellente in varie discipline nel 1842, ha deposto il suo violino sul tavolo (FIG. 7); e il Conte Leonardo Salimbeni, effigiato nel 1849 accanto allo scrittoio, s’appoggia con nonchalance a una sedia su cui ha posato il violino (FIG. 8). 

In quanto all’insegnamento impartito nel San Carlo, Alessandra Chiarelli ne rilevava «il buon livello e la relativa completezza della Scuola di Musica», affidata a provetti maestri, che spesso dividevano la docenza nelle aule del Collegio con l’esecuzione di concerti e intrattenimenti nei saloni delle residenze ducali. Antonio Pollastri, suonatore di viola nell’orchestra di corte e nell’Accademia Filarmonica, oltre che organista nel Duomo dal 1780 al 1826, insegnò al San Carlo negli ultimi anni del Settecento per poi ritornarvi dopo la Restaurazione, dal 1818 al 1820. Un lungo magistero, dal 1821 al 1843, fu quello di Raimondo Cuboni, esecutore al clarinetto e alla viola nell’orchestra ducale fra il 1828 e il 1842, che ai convittori tenne corsi di clarinetto, chitarra e mandolino. Docenti di violino saranno poi Marco Seghedoni, dal 1818 al 1840, pure egli musicista in corte, e due esponenti della celebre dinastia dei Sighicelli: Giuseppe insegnò ai primi dell’Ottocento, per pensionarsi nel 1814, e suo nipote Antonio, dal 1841 al 1858; quest’ultimo sarà primo violino direttore d’orchestra nel Teatro Comunale di Modena dal 1835 al 1855 e regolatore nel concerto ducale dal 1836 al 1859 – anno in cui i duchi lasceranno la città – per poi divenire direttore della nuova Scuola Municipale di Musica, il futuro Liceo Musicale Vecchi-Tonelli.                  

La ricca quadreria del Collegio San Carlo custodisce, come s’è visto, molteplici testimonianze visive inerenti alla pratica musicale; e non è escluso che dalle collezioni private possano riaffiorare ulteriori documenti figurativi – altri ritratti “in musica” - per una miglior definizione di questo importante capitolo di cultura della Restaurazione modenese.  

 

Nota bibliografica 

Sulla marchesa Anna Campori Seghizzi si vedano G. Ghiraldi, La Galleria Estense. Doni, lasciti, acquisti (1884-1990), Modena 1990, pp. 50-52; G. Martinelli Braglia, La pittura nel Ducato austro-estense, in Lo Stato di Modena. Una capitale, una dinastia, una città nella storia d’Europa, atti del convegno (Modena, 25-28 marzo 1998), a cura di A. Spaggiari e G. Trenti, vol. I, Ministero per i beni e le attività culturali - Direzione generale per gli Archivi, Roma 2001, II, pp. 225-254, a p. 228. Fondamentale è lo studio di R. Castagnetti, Ut pictura musica. Anna Campori Seghizzi e la formazione artistica di una nobildonna tra Sette e Ottocento, in «Musica & figura», n. 10, 2023, pp. 105-128, pregevole saggio che illumina su questi aspetti di cultura musicale e sociale. Sulla miniatura ritraente Ciro Menotti in atto di suonare la chitarra, che qui si assegna a Ippolito Bianchini Ciarlini, si vedano G. Martinelli Braglia, Due miniature di Ippolito Bianchini Ciarlini, in «Quaderni della Bassa Modenese», n. 28, Gruppo Studi Bassa Modenese, (San Felice sul Panaro, Mo) 1995, pp. 65-70; C. Costa, La chitarra in Italia nella pittura dell’Ottocento, versione on line: chitarrainitalia.it, 22 giugno 2010, contributo di studio di notevole interesse storico-iconografico, dove è ripresa la precedente attribuzione del Ritratto di Ciro Menotti a Giuseppe Fantaguzzi già avanzata da Alfonso Garuti; L. Lorenzini, in Il Museo del Risorgimento di Modena, Bologna 2011, pp. 73-74 e 158 n. 60. Sulla Società Filarmonica modenese, si rinvia a G. Dotti Messori, Spettacoli e arte a Modena nell’Ottocento. Inventario, Carpi (Mo) 1995, pp. 45-64; M. Lucchi, La Società Filarmonica Modenese, 1816-1857, in Teatro, musica e Comunità. Da Modena capitale a Modena italiana, Carpi (Mo) 1996, pp. 129-142. Relativamente al Ritratto di famiglia di Adeodato Malatesta si vedano G. Martinelli Braglia, La pittura dell’Ottocento in Emilia Romagna, in La pittura in Italia. L’Ottocento, a cura di E. Castelnuovo, vol. I, Milano 1991, pp. 245-287, alle pp. 249 e 251; G. Martinelli Braglia, La ritrattistica, in Modelli d’arte e di devozione. Adeodato Malatesta 1806-1891, catalogo della mostra ( Modena, Foro Boario), Milano 1998, pp. 57-65, a p. 58 e C. Poppi, La famiglia Malatesta, ivi, pp. 122-124. Inoltre, circa la figura di Lucia Malatesta, “dilettante” di musica, L. Silingardi, Bernardino Rossi, in Scene da un salotto dell’Ottocento. Arte modenese dal Ducato all’Unità, a cura di G. Martinelli Braglia e L. Silingardi, catalogo della mostra (Carpi, Mo, Palazzo Foresti), Modena 2013, pp. 68-69. La citazione sulla qualità della produzione di chitarre è tratta da L. Frignani, La chitarra in Emilia Romagna tra Sette e Ottocento, in Scene da un salotto dell’Ottocento, catalogo cit., pp. 117-121, a p. 120. Per la Santa Cecilia di Alessandro Cavazza si rinvia a L. Silingardi, Dall’ideale classico al bello morale. L’Accademia Atestina di Belle Arti e la scultura a Modena dalla fine del Settecento alla metà dell’Ottocento, in «Memorie», Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Modena, s. VIII, vol. XI, fasc. I, 2008, pp. 209-265, alle pp. 257-258; Sull’insegnamento nel Collegio San Carlo di Modena si veda G. Martinelli Braglia, L’educazione artistica, in Il Collegio e la Chiesa di San Carlo a Modena, a cura di D. Benati, L. Peruzzi, V. Vandelli, Modena 1991, pp. 257-265; sull’attività musicale che vi si svolgeva, A. Chiarelli, La musica, ivi, pp. 249-255; A. Chiarelli, L’opera al Teatro Comunale, il contesto musicale coevo e la funziona aggregante della corte, in Teatro musica e Comunità da Modena capitale a Modena italiana, Carpi (Mo) 1996, pp. 31-117, alle pp. 74-75. Inoltre, R. Fiorini, I Sighicelli. Una dinastia di violinisti alla Corte estense, Modena 2011. 

 

Didascalie 

 

1. Anna Campori Seghizzi, Autoritratto alla spinetta con la figlia Giulia, 1820 circa. Modena, Galleria Estense.

2. Ippolito Bianchini Ciarlini, Ciro Menotti in atto di suonare la chitarra, verso il 1820. Modena, Museo del Risorgimento.

3. Adeodato Malatesta, La famiglia Malatesta, 1828-1834? Modena, Palazzo Comunale.

4. Alessandro Cavazza, Santa Cecilia, 1856, incisione riproducente il bassorilievo in collezione privata.

5. Luigi Girotti, Ritratto del marchese Cesare Campori, 1832. Modena, Fondazione Collegio San Carlo.

6. Luigi Manzini, Ritratto del nobiluomo Stefano Arpad Piszstory, 1841. Modena, Fondazione Collegio San Carlo.

7. Luigi Manzini, Ritratto del conte Annibale Cassoli Lorenzotti, 1842. Modena, Fondazione Collegio San Carlo.

8. Luigi Manzini, Ritratto del conte Leonardo Salimbeni, 1849. Modena, Fondazione Collegio San Carlo.

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Graziella Martinelli Braglia

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