Anna Lucia Maramotti Politi racconta la liuteria: formazione, insegnamento e pensiero (1/4)

20 giu 2026

La liuteria cremonese è spesso raccontata attraverso i suoi grandi maestri, i suoi strumenti leggendari e il prestigio internazionale conquistato nei secoli. Meno frequente è, invece, uno sguardo capace di coglierla come fenomeno culturale complesso, punto d’incontro tra arte, filosofia, storia, pedagogia, scienza e memoria.

In questa intervista - la prima di quattro che affrontano diversi temi -  la professoressa Anna Lucia Maramotti Politi – studiosa di pedagogia, estetica, restauro e filosofia, docente per molti anni presso la Scuola Internazionale di Liuteria “Antonio Stradivari” di Cremona – ripercorre il proprio rapporto con il mondo della liuteria, maturato attraverso l’insegnamento, la ricerca e il dialogo con alcune delle figure più autorevoli del settore.

Dalle radici storiche della tradizione cremonese al significato del riconoscimento UNESCO, dal rapporto tra autenticità e conservazione fino al valore della manualità nell’epoca della tecnologia digitale, emerge una riflessione che supera i confini dell’artigianato per interrogare temi più ampi: il ruolo della memoria, il legame tra musica e cultura, la trasmissione del sapere e il significato stesso dell’arte nel mondo contemporaneo.

Ne nasce un dialogo denso e appassionato che invita a considerare la liuteria non soltanto come eccellenza produttiva, ma come patrimonio vivente di conoscenze, esperienze e valori che continuano a parlare al nostro tempo.

Professoressa Maramotti Politi, il suo percorso attraversa pedagogia, filosofia, architettura, estetica e restauro. In che modo queste discipline hanno influenzato il suo sguardo sulla liuteria cremonese?

Ritengo opportuno circoscrivere la sua domanda al mio insegnamento alla Scuola Internazionale di Liuteria A. Stradivari. Non a caso, molto correttamente, la pedagogia è il primo ambito dei miei studi cui, molto opportunamente, lei fa riferimento all’inizio del nostro incontro. 

C’è un’espressione del Prof. Aldo Agazzi che ben sintetizza cosa sia la pedagogia. 

Alla domanda: “cosa si deve conoscere per insegnare il latino a Pierino?” segue la risposta: “è necessario conoscere il latino e conoscere Pierino”

La scuola di liuteria, proprio per la sua unicità, comporta (presumo che ancor oggi comporti) rendersi conto che, nel caso specifico delle discipline umanistiche, queste debbano afferire principalmente alla liuteria. 

Nel caso dei Pierini questi, ai miei tempi, provenivano da altre culture (stranieri) e talvolta le classi erano formate da studenti in età scolare (adolescenti) e da persone adulte.

Ma tento di esemplificare quanto ora ho riferito facendo riferimento alla mia personale esperienza. L’attenzione principale alla “storia” era rivolta alla storia di Cremona. Quali condizioni storico-culturali e socio-politiche avevano consentito lo sviluppo della liuteria? Quali ne avevano determinato la decadenza e quali ne avevano consentito la ripresa? 

In questo contesto, particolare interesse assume la “storia dell’arte”. L’iconografia musicale permette un approccio immediato: alla “parola” corrisponde una “immagine”. Per questo motivo, all’inizio dell’anno scolastico ritenevo opportuno fare un giro in Città per soffermarci nella chiese dove erano conservate opere raffiguranti strumenti musicali. Le immagini artistiche di per sé non costituiscono rilievi degli strumenti, ma consentono comunque d’averne una rappresentazione verosimile e di contestualizzarli in un preciso periodo storico.

Al contempo, gli studenti avevano l’opportunità di conoscere la Città attraverso le sue architetture. Gli edifici costituiscono la storia scolpita nella pietra. Percorrere le vie comporta imparare a riconoscere la singolarità di una città. Per questo, al pari degli strumenti è necessario, averne cura e non falsarne la memoria. 

La stessa “lingua” (italiano) non doveva essere solo strumento per la comunicazione (scopo didattico immediato ed essenziale), ma doveva essere mediatrice di “valori culturali”. Lo scopo era quello di consentire agli studenti la comprensione del ruolo della liuteria. La liuteria s’identifica come “arte al servizio di altra arte: la musica”. La musica non è fruibile senza lo strumento e quest’ultimo non ha ragione d’essere se non è finalizzato alla sonorità che costituisce componente essenziale del far-musica. Esiste fra i due, musica e strumento, un rapporto di reciprocità. 

E i Pierini? Ognuno di loro era (ed è) una personalità unica ed irripetibile. Al docente compete essere una presenza discreta. Deve indurre la curiosità intellettuale promuovendo un dialogo utile all’apprendimento. Non a caso “educare” (educere) significa fare emergere il potenziale di ogni persona. 

Rimane poi l’aspetto prettamente umano che va declinato su ogni soggetto.

Mi rendo conto che non ho ancora affrontato il quesito di fondo relativo al “mio sguardo sulla liuteria cremonese”. Risposta che lei mi sta sollecitando. Mi sono concentrata sulla Pedagogia e sul mio insegnamento in quanto è stato proprio l’insegnamento alla Scuola A. Stradivari a consentirmi di avere un approccio concreto alla liuteria. 

Prima d’abbandonare il riferimento alla didattica ritengo doveroso un ricordo che vuol essere anche un ringraziamento. Se mi è stato facile (e anche divertente!!) insegnare lo debbo al Preside Arch. Sergio Renzi che, come preside, ha condiviso l’impostazione del mio approccio didattico. Da lui ho appreso come fosse necessario affrontare l’architettura e il restauro per affinare lo studio dell’estetica. L’architettura condivide con la liuteria osservazioni sui rapporti matematici che ne consentono la costruzione e la funzione; analogamente accade per la liuteria. Il restauro inteso come conservazione è comune ad entrambe le discipline. L’estetica da una parte non può compiacersi di utilizzare aggettivi vaghi che incantano, ma poco o nulla sono aderenti all’opera d’arte; dall’altra non può affidarsi a scienze umane, come la psicanalisi o la sociologia, utili solo per contestualizzare l’oggetto estetico. L’estetica è disciplina filosofica e deve affrontare l’argomento entro i confini di un pensiero che, liberandosi da lacci e lacciuoli, individua gli aspetti dell’arte che s’impongono “fenomenologicamente”. Ma il tema avrebbe bisogno di un proprio spazio.  

Al contempo, non posso tralasciare un altrettanto importante incontro. Dal Maestro Dr. Giobatta Morassi ho appreso la “complessità della liuteria”, la sua ricchezza culturale e la “l’unicità” di ogni strumento.  Inoltre, egli era solito ripetermi che “ogni studente dove essere valorizzato per le qualità che lo contraddistinguono”.  Per questo motivo, il Prof. Ravina ed io abbiamo ritenuto opportuno, in sua memoria, raccogliere le testimonianze di diversi studiosi in un unico volume. Uno studio accurato sul suo operato sarà fattibile fra qualche anno, ma subito è stato possibile onorarlo con un testo ricco di ricerche puntuali che costituivano temi a lui molto cari. (Saggi in onore del Maestro dr. GioBatta Morassi, a cura di A. L. Maramotti Politi, D. Melini, E. Ravina, Nuove Edizioni della Laguna, Gorizia, 2020)

Ebbene i miei studi mi hanno consentito d’essere “flessibile” all’incarico che dovevo assolvere. Già, ma quando si insegna si ha modo sempre d’imparare. 

Ho appreso come la liuteria non sia semplicemente una forma di alto artigianato, ma, se si ottengono risultati eccelsi, allora è da ritenersi un’arte”. Quando è vera arte? Quando il timbro dello strumento dà voce, attraverso le mani dell’esecutore, al brano suonato. La musica non si avvale di un linguaggio “semantico”, pertanto la sua ricchezza espressiva chiama in causa l’interprete. Questi non esegue semplicemente, ma si rapporta “personalmente” con il brano musicale e comunica con il fruitore. 

Ho imparato che il “saper-fare” di continuo deve confrontare l’intelligenza della mano con diverse competenze e conoscenze: umanistiche e tecnico-scientifiche.

Ho compreso che parlare di Cremona, senza far riferimento alla liuteria, è come dimenticare che nella nostra Città svetta il Torrazzo. Si tralascerebbe un aspetto fondamentale che caratterizza la Città.  

Da ultimo, debbo constatare che la moglie dell’architetto Renzi è stata profeta quando mi ha affermato, in modo categorico, che “la liuteria è un morbo da cui non si guarisce” e che io mi sarei ammalata seriamente. 

Nei suoi studi lei ha spesso insistito sulla necessità di considerare la liuteria non soltanto come artigianato d’eccellenza, ma come fenomeno culturale complesso. Che cosa significa, oggi, parlare di una “filosofia della liuteria”?

Ho iniziato a far riferimento alla liuteria come “fenomeno complesso” quando ho parlato della storia di Cremona e ho concluso facendo cenno anche agli studi tecnico-scientifici. Le materie prime (i materiali), per la realizzare gli strumenti a corda, non si trovano certo sul nostro territorio. È ben noto quanto siano importanti i legni per la costruzione, quanto siano fondamentali le loro specifiche qualità acustiche. Le stesse vernici raramente sono composte da componenti (da resine, da solventi e da pigmenti) che si trovano originariamente in loco. Inoltre, onestà storica obbliga a riconoscere che altre città, italiane e non, hanno avuto un ruolo significativo per la musica. 

Allora è la commistione di “concause storiche” che ha determinato lo sviluppo della liuteria a Cremona. Forse, due sono particolarmente significative. Il ruolo economico di Cremona, come seconda, dopo Milano, città del Ducato sia per la sua collocazione geografica fra Venezia e Genova sia per la sua capacità manifatturiera. 

Non va neppure sottovalutata la tradizione dell’ebanisteria. Non si è trattato solo della realizzazione di sculture in legno, ma di opere che comportavano conoscenze “ingegneristiche”, competenze che si andavano sviluppando già prima del ‘500 all’interno di cantieri architettonici (civili ed ecclesiastici). Gli ebanisti erano abituati ai calcoli, alla statica, alle proporzioni, aspetti connessi alla matematica. Nulla vieta pensare (mera ipotesi) che la liuteria, supportata da questo underground, si sia sviluppata per l’interesse specifico alla costruzione di strumenti a corda di colui che sarebbe stato individuato come primo liutaio cremonese: Andrea Amati. Forse al tempo c’erano altri liutai, che lavoravano a Cremona, di cui la storia non ha conservato memoria? La storia declina memoria con obblio! Storicamente siamo nell’ambito delle ipotesi, certamente suggestive, ma tali.

Non è invece un’ipotesi lo studio di Roberto Fiorentini. Lo studioso ha evidenziato il rapporto fra le famiglie dei liutai e il centro storico di Cremona.  Doverosamente rimando quindi al saggio di R. Fiorentini: Dall'antico "Cantone dei liutai" a una nuova forma di rinascenza dell'urbanistica musicale, in www.ilsuonoelarte.it , 25 maggio 2026 (it. e eng.); Cremonasera.it, 25 maggio 2026.

A me compete battere altro percorso che s’incunea nella filosofia. Non si tratta della filosofia della liuteria: la liuteria è e rimane una forma d’arte. Il riferimento va alle conoscenze restituite dal “monocordo”: questione che impermea il pensiero occidentale attraverso le riflessioni di Pitagora e dei Pitagorici. 

Spero di non tediarla, ma credo che un tale approccio alla liuteria sia essenziale per andare oltre gli stereotipi che attorno ad essa circolano e non ne avvertono l’importanza per l’identità della nostra cultura. Quindi mi scusi se faccia riferimento alla filosofia: al pensiero presocratico che ne ha indirizzato il corso. 

Prometto che mi atterrò scrupolosamente ad alcuni riferimenti essenziali!

Il “monocordo” s’interpone per i Pitagorici fra il riferimento all’ἀρχή (archè: Unicità principio, fondamento, tema che originariamente costituisce l’approccio al quesito teoretico da cui si svilupperà l’ontologia) e alla matematica come struttura del cosmo. La matematica, mentre conferisce ordine e armonia al mondo, ne consente la conoscenza. Attorno alla “corda musicale” s’impone la cultura occidentale che riflette sull’Unità (Ontologia), sui rapporti e sul loro calcolo (epistemologia della matematica), sulla/e scienza/e (la matematica come linguaggio/i), sull’armonia (estetica della musica e delle arti). Pitagora e i Pitagorici hanno sempre fatto riferimento al “monocordo” e dalle esperienze ricavate, facendolo vibrare, hanno desunto ipotesi e leggi, ma hanno anche criticamente affrontato il pensiero di Parmenide. 

Come può constatare mi sono limitata all’essenziale!

Debbo però fare un doveroso cenno ai miei maestri: al Prof. Gustavo Bontadini e al Prof. Emanuele Severino per quanto concerne il tema del “fondamento” e a Francesco Piselli per quanto riguarda l’approccio a Pitagora.

Ma veniamo ad oggi.

Se alla corda musicale si deve l’identità della nostra cultura, oggi la scienza restituisce, attraverso un’analisi dinamica di natura vibro-acustica, l’identità e l’unicità di ogni strumento a corda. Gli argomenti oggetto di studio del Prof. Enrico Ravina (scientifici) e miei (teoretici) cercano di evidenziare come i temi in questione s’intreccino e facciano dello strumento, realizzato dal maestro liutaio, non un semplice manufatto di altissimo pregio (tema che non è certo in discussione), ma uno scrigno di “saperi” antichi che si confrontano con quelli attuali. 

È spontanea, ma anche doverosa, una domanda.

Cremona non è forse erede di un passato glorioso? Non potrebbe essere promotrice di una rinascita culturale? Non chiamiamola piccola Atene, ma questo potenzialmente potrebbe essere il suo destino solo se ci fossero uomini di buona volontà capaci d’intuire le potenzialità del rapporto fra la tradizione e la contemporaneità, fra la liuteria e la musica, fra tutti questi aspetti e la Città. (E. Ravina, A.L. Maramotti Politi, La corda musicale, Gorizia, Edizioni della Laguna, 2024).

Lei ha insegnato per molti anni all’Istituto Internazionale di Liuteria “Antonio Stradivari” di Cremona. Come è cambiato nel tempo il modo in cui i giovani si avvicinano alla liuteria?

Sinceramente non saprei dare una risposta adeguata. Sono però testimone che l’interesse che ho trovato fra gli studenti della Scuola e quello che ho riscontrato nel corso di Conservazione e Restauro dei Beni Culturali (PFP6 - Strumenti musicali) dell’Università di Musicologia Pavia – Cremona è sempre lo stesso. Questi ultimi avevano strumenti intellettuali, competenze e una raggiunta maturità professionale decisamente superiori. Ovviamente, la frequentazione con la liuteria era molto maggiore. Inoltre, gli iscritti in ciascuna classe numericamente erano pochi e ciò determinava la possibilità di un dialogo continuo che consentiva di sbarazzarsi della cattedra e condividere saperi ed esperienze.


   

Filippo Generali

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