Lo "Stradivari di Vivaldi": gli indizi portano tutti alla Parigi del violino "Delfino" 1714 del Sommo Liutaio

03 nov 2026

Chiedersi se il violino acquistato nella bottega di Antonio Stradivari, nel 1714, dal violinista francese Jean-Baptiste Senaillé e visto, e probabilmente suonato, da Antonio Vivaldi a Venezia nel dicembre di quell’anno, possa essere sopravvissuto e ora identificato con uno strumento rimasto nelle disponibilità di noi contemporanei, potrebbe sembrare esercizio di pura accademia. O, nel peggior dei casi, di mistificazione storica. In realtà ci sono tanti indizi che portano a uno strumento attualmente facente parte di un’importantissima collezione quella della Nippon Music Foundation, più conosciuta come Sasakawa Music Foundation, recentemente ospite del Museo del Violino di Cremona: il Delfino 1714.

Serve seguire la strada tracciata da Aurelia Ambrosiano che sulla Rivista annuale dell’Istituto Italiano Antonio Vivaldi della Fondazione Giorgio Cini di Venezia (19 - 2019), Studi Vivaldiani ha pubblicato il saggio dal titolo  La vera identità del «mar[quis] du toureil», dedicatario della serenata à 3 di Antonio Vivaldi. La studiosa racconta del violinista francese Jean-Baptiste Senaillé in viaggio, in Italia, con Anne‑Marc Goislard marchese du Toureil, il fagottista Belleville e il nobile Anne‑Claude‑Philippe de Thubières, Comte de Caylus. Quest’ultimo nei suoi appunti di viaggio Voyage d’Italie, 1714‑1715  [1] narra di questo importante episodio.

Nous fûmes voir le fameux Stradivarius  Levailler [Senailler] y acheta un violon pour quatre vieux louis, valant quarante‑huit livres de France 

(Andammo a vedere il famoso Stradivarius. Levailler [Senailler] vi acquistò un violino per quattro vecchi luigi, del valore di quarantotto lire francesi) 

Era il novembre del 1714. I quattro proseguirono per Venezia dove arrivarono i primi di dicembre e qui incontrarono il Prete Rosso. In quei giorni nella città lagunare si stava rappresentando, di Vivaldi, Orlando furioso al Teatro di Sant’Angelo.  Era abitudine del Prete Rosso, e questo è testimoniato anche al diario di Johann Friedrich von Uffenbach ingegnere e musicista dilettante di Francoforte in visita a Venezia, esibirsi svariate volte con degli assoli di violino, durante le rappresentazioni delle sue opere (c’è testimonianza diretta per quanto riguarda Lucio Papirio e Nerone fatto cesare del Carnevale proprio del 1715), sbalordendo il pubblico per la sua tecnica prodigiosa.

Mentre Anne‑Marc Goislard marchese du Toureil si fermò a Venezia, in periodi alterni, fino almeno al 1726 restando in stretto contatto con la famiglia Vivaldi, Jean-Baptiste Senaillé fece ritorno in Francia nel 1715, portando con sé lo Stradivari.

Fin qui il racconto di Aurelia Ambrosiano. 

A questo punto serve chiedersi quali siano stati i violini che nel 1714 il sommo liutaio poteva aver terminato e di conseguenza venduto. In questo caso lo strumento ceduto a Senaillé (che aveva 27 anni) doveva essere di altissima qualità. Jean-Baptiste, infatti, nato a Parigi il  23 novembre 1687, a vent’anni era già famosissimo in tutta Europa come virtuoso. Aveva pubblicato il suo primo lavoro come compositore: Sonates françaises per basso e violino. Era stato il primo violinista d’oltralpe ad adottare la tecnica e lo stile della scuola italiana. Sempre in Italia aveva avuto modo di incontrare e studiare con Tomaso Antonio Vitali, uno dei capostipiti della scuola violinistica del ‘Bel Paese’, a Modena. Dunque, un musicista dalle grandissime qualità visto che al ritorno definitivo, a Parigi, (1720), fece parte dei celebri 24 violons du Roi. Proseguì a comporre musica per violino fino alla sua morte avvenuta il 15 ottobre del 1730, ad appena 43 anni. 

C’è da fare anche una considerazione sul prezzo pagato dal francese: quattro vecchi luigi, del valore di quarantotto lire francesi.

Cifra tutt'altro che trascurabile. Lo stipendio medio annuo di un operaio o di un lavoratore generico si aggirava intorno alle 200-250 lire francesi. Di conseguenza, 48 lire equivalevano a circa due o tre mesi di salario di un lavoratore dell'epoca. Sufficiente a pagare l'affitto annuale di una modesta abitazione. Dunque, nelle possibilità di chi aveva già un reddito particolarmente elevato; un musicista assolutamente conosciuto. 

Sono essenzialmente quattro i grandi violini stradivariani del 1714. 

Il Soil proveniente dalla collezione Laurence Witten, antiquario statunitense. E da lui ritornato a Cremona attraverso una donazione alla città da parte di Simone Ferdinando Sacconi. Dunque sostanzialmente una pista statunitense. 

Il Joachim-Ma utilizzato da Joseph Joachim nel 1849 lo aveva acquistato da Heinrich Müller (indicato in alcune fonti d'archivio anche come Möller), un collezionista residente a Brema, in Germania.

Il da Vinci, ex-Seidel: è appartenuto a Arthur Foucques d’Emonville (1810–1880). Botanico francese e collezionista di camelie rare, d’Emonville che nella sua collezione custodiva anche un Guarneri ‘del Gesù’ . Dopo la sua morte, la sua collezione fu venduta all’asta il 22 luglio 1881. Lo strumento è stato battuto nel 2022 per ben 15,34 milioni di dollari. Il botanico non ebbe mai un rapporto diretto con certi ambienti musicali che potessero metterlo in correlazione con il proprietario dello Stradivari acquistato dai quattro francesi nel 1714.

Resta dunque il Dolphin (Delfino). così chiamato per la sua spettacolare marezzatura e colorazione sul fondo. E qui gli elementi sono di assoluto interesse e convergenti per poter ipotizzare che questo sia stato il violino acquistato da Sevillé a Cremona direttamente da Antonio Stradivari. Portato da Vivaldi a Venezia e successivamente arrivato a Parigi. 

Il Delfino, secondo le ricerche di Giampaolo Gregori pubblicate sul sito https://www.archiviodellaliuteriacremonese.it/, riapparve, in epoca moderna, proprio a Parigi nel 1862, nella bottega del liutaio e commerciante di strumenti antichi Jean-Baptiste Vuillaume (1798 – 1875). Vuillaume, collaborava intensamente nella ricerca di violini storici e antichi, con suo genero Jean-Delphin Alard (1815 –1888). Quest’ultimo, oltre ad essere genero del liutaio fu uno dei più importanti violinisti, didatti e compositori francesi del XIX secolo, considerato la vera cerniera tra il Classicismo violinistico e la grande scuola romantica. Non solo. 

Qui c’e’ il punto centrale:  Alard divenne il più grande studioso proprio di Jean-Baptiste Senaillé: il suo connazionale che acquistò il violino direttamente dalle mani di Stradivari.  Attraverso la sua celebre antologia Les Maîtres classiques du Violon, Alard analizzò a fondo le partiture delle Sonate di Senaillé, inserendovi le diteggiature, revisionandole. Le ha salvate dall’oblio.

I punti di questa vicenda settecentesca tra Cremona, Venezia e Parigi trovano un loro ricongiungimento. Certo, per ora, la documentazione non certifica il diretto passaggio dal violinista settecento alla bottega del grande liutaio ottocentesco, ma gli indizi portano a questa conclusione. Alard ebbe tra le mani anche un altro grandissimo strumento Il Messia (noto anche come Stradivari Messia-Salabue) che però fu costruito dal sommo liutaio ben due anni dopo la visita di Senaillé a Cremona, nel 1716.

Destino vuole che il 1 ottobre 2026 la Sasakawa Music Foundation, attuale proprietaria del Delfino, organizza proprio a Cremona, al Museo del Violino, lo Stradivari Gala 2026 in collaborazione con Friends of Stradivari in occasione del 160esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. E nell’auditorium Giovanni Arvedi, tra le mani del violinista Timothy Chooi, riappare proprio lo ‘Stradivari di Vivaldi’ a 322 anni dalla sua partenza da Cremona. 

*Musicologo

 

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Roberto Fiorentini

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