Jader Bignamini: il Maestro che dirige il mondo senza perdere il suono delle proprie radici
05 ago 2026
Ci sono incontri che sembrano riassumere il senso di un intero viaggio. Prima della pausa estiva, CremonesiCosì affida il proprio racconto al Maestro Jader Bignamini, cremasco, direttore d’orchestra di statura internazionale, direttore musicale della Detroit Symphony Orchestra e con un grande amore per il territorio cremonese.
È un approdo importante per una rubrica nata con il desiderio di cercare la persona oltre il successo, le radici dietro il talento, la storia umana custodita dentro ogni traguardo.
Dal maggio 2025 abbiamo attraversato mondi differenti: la letteratura inquieta e visionaria di Sandrone Dazieri, la musica del Maestro Mauro Ivano Benaglia, la medicina vissuta come missione da Alberto Rigolli, lo sguardo sulla danza di Pierluigi Abbondanza e la carriera internazionale del compositore Beppe Cantarelli. Abbiamo incontrato il pensiero controcorrente di Alessandro Gnocchi, la personalità poliedrica di Matteo Filippini, la forza sportiva e umana del campione paralimpico Efrem Morelli, fino a raggiungere Osaka con il console generale d’Italia Filippo Manara. Nel 2026 il viaggio è ripartito con Alessandra Dolci, magistrata impegnata nella lotta alla criminalità organizzata, ed è proseguito con Maria Majori, medico e donna di scienza capace di fare della cura una responsabilità umana. La forza gentile del giornalismo di Flavia Lorenzoni, la memoria custodita e resa futuro da Francesco Martelli e la grande tradizione gastronomica interpretata da Sergio Carboni hanno aggiunto nuove voci a questo mosaico di identità cremonesi.
Storie lontane tra loro, eppure unite dalla capacità di trasformare l’appartenenza a Cremona e al suo territorio in una forma di responsabilità, visione e bellezza.
Oggi questo cammino incontra Jader Bignamini: un uomo che ha raggiunto i più prestigiosi palcoscenici del mondo senza recidere il filo che lo riconduce alla propria terra. Forse, non poteva esserci figura più significativa per chiudere questa stagione: un Maestro abituato a guidare grandi orchestre, ma che non ha mai smesso di riconoscere nell’ascolto il principio più autentico di ogni incontro.
La storia di Jader Bignamini comincia a Crema e dalla musica vissuta prima ancora che immaginata come professione. Dopo gli studi di clarinetto al Conservatorio Nicolini di Piacenza, entra nell’Orchestra Sinfonica di Milano come strumentista, diventandone in seguito direttore residente. Nel gennaio 2020 viene scelto come diciottesimo direttore musicale della Detroit Symphony Orchestra, una delle istituzioni sinfoniche più importanti degli Stati Uniti. Il rapporto con l’orchestra americana è stato successivamente prolungato a testimonianza di una fiducia artistica e umana costruita nel tempo. Il suo primo incontro con i musicisti di Detroit era avvenuto nel 2018, quando fu chiamato a sostituire Leonard Slatkin nella Turandot di Puccini. Una di quelle circostanze nelle quali il caso sembra intervenire, ma nelle quali è in realtà la preparazione di una vita intera a rendere possibile ciò che, agli occhi degli altri, appare improvviso. L’intesa fu immediata e si consolidò nel successivo incontro dedicato alla Quarta Sinfonia di Mahler.
Da allora Bignamini ha diretto in alcuni dei maggiori teatri e con prestigiose compagini internazionali: dal Metropolitan di New York alla Staatsoper di Vienna, dall’Opéra di Parigi alla Bayerische Staatsoper, passando per l’Arena di Verona, la Fenice, il Teatro dell’Opera di Roma e i grandi palcoscenici asiatici.
Nel repertorio sinfonico Bignamini dirige abitualmente senza partitura, scegliendo il contatto diretto con gli orchestrali. Non si tratta semplicemente di una prova di memoria. È un modo di intendere la direzione come relazione viva: lo sguardo sostituisce la pagina, il gesto si fa linguaggio e il podio non è più un luogo dal quale esercitare il potere, ma il punto nel quale ascolti differenti cercano un respiro comune. Il fatto che il Maestro provenga dalle file dell’orchestra non è un elemento marginale. Un clarinettista impara presto che la musica nasce prima della nota: nasce nell’inspirazione, nell’attesa, nella qualità del fiato e nella capacità di entrare nel suono degli altri senza coprirlo. Forse, anche per questo, la sua autorevolezza appare lontana dalla semplice esibizione del comando. È l’autorevolezza di chi conosce la vulnerabilità dello strumentista, di chi ha condiviso il silenzio che precede un attacco e sa che un’orchestra non può essere soltanto governata: deve essere convinta, ascoltata e condotta verso una visione condivisa.
Detroit ha riconosciuto in lui non soltanto il direttore capace di restituire forma e intensità alle grandi architetture di Mahler, Beethoven, Brahms o Čajkovskij, ma una guida artistica in grado di dialogare con l’identità della città. Appassionato di jazz, Bignamini si è immerso nella cultura musicale afroamericana di Detroit, portando nei programmi anche autori contemporanei e costruendo un ponte tra la tradizione sinfonica europea e il patrimonio musicale americano. Eppure, dietro l’agenda internazionale e la responsabilità di guidare una grande istituzione americana, resta un legame tenace con il cremonese.
In un caldissimo pomeriggio d’estate ci diamo appuntamento nella suggestiva piazza gonzaghesca di Isola Dovarese. Il motivo della scelta è presto detto: la musica e le radici. Due parole che attraversano l’intera storia di Jader Bignamini e che, proprio qui, sembrano trovare una loro naturale armonia.
L’incontro con la moglie Lidia sembra scritto nella lingua della musica. Entrambi clarinettisti, si conobbero grazie a quella vita di banda che fu per loro davvero galeotta: prove, concerti, strumenti accordati e una passione condivisa che accompagnò gli anni della giovinezza. Il loro percorso incrociò anche il Corpo bandistico “Leopoldo Vecchi” di Isola Dovarese, allora diretto dal Maestro Giancarlo Agosti, legando ancora più profondamente la loro storia a questo luogo.
Oggi Lidia continua a custodire e alimentare quell’amore attraverso la storica realtà bandistica di Scandolara Ripa d’Oglio, mantenendo vivo un patrimonio che non appartiene soltanto alla musica, ma alla memoria collettiva. Perché una banda di paese non è semplicemente un insieme di strumenti: è una comunità che si riconosce, una scuola di ascolto e appartenenza, la voce di un territorio che continua a raccontarsi.
Negli anni, infatti, il Maestro ha scelto la campagna di Scandolara Ripa d’Oglio come luogo familiare del ritorno, una dimensione appartata nella quale ritrovare la moglie e i figli, il silenzio e una misura del tempo diversa da quella imposta dai teatri e dai viaggi. È questo il Jader Bignamini che CremonesiCosì desidera incontrare. Non soltanto il direttore celebrato, il protagonista delle stagioni internazionali o il musicista chiamato a interpretare le più complesse pagine del repertorio, ma l’uomo che sta dietro al gesto; il ragazzo partito dalla banda e dal clarinetto; il padre, il marito, il cremasco che torna nella propria campagna; la persona chiamata ogni giorno a trasformare il talento in responsabilità.
Nelle suggestive sale affrescate di Palazzo Quaranta, a Isola Dovarese, prende avvio la nostra conversazione con il Maestro Jader Bignamini: un incontro tra musica, memoria e appartenenza, destinato a concludersi a pochi passi da qui, nella nuova Casa della Musica di Palazzo Dovara, appena restituita alla comunità e al futuro.
Maestro, dalla banda di Ombriano alla Detroit Symphony Orchestra: che cosa è rimasto del ragazzo cremasco nel direttore che è oggi?
Sicuramente è rimasta la grande passione che ho sempre avuto per la musica. Ho cominciato molto giovane: a nove anni ho iniziato a studiare il clarinetto e a suonare nella banda di Ombriano; a diciannove ho cominciato a dirigere quella stessa banda. A guidarmi, in tutto ciò che ho fatto, è stata la passione che si è accesa in me fin dall’inizio. Appena ho cominciato a suonare il clarinetto, si è acceso davvero un fuoco. La musica classica mi ha sempre guidato, ma insieme ad essa è nato anche un amore più ampio per la musica. Amo molto il jazz: mio padre conosceva Benny Goodman e, quando esistevano ancora le cassette me ne regalò una. Da lì nacque questo doppio amore per la musica classica e per il jazz. Il clarinetto mi dava una grande soddisfazione, soprattutto perché mi permetteva di suonare insieme ad altre persone. Oltre alla passione per la musica, mi ha sempre guidato la possibilità di condividerla con chi provava lo stesso entusiasmo. Nel corso degli anni ho conosciuto moltissime persone con le quali sono ancora in rapporto. Dal ragazzo di allora al direttore di oggi non sono cambiate la passione per la musica e le amicizie nate da questa vita condivisa
Due svolte della sua carriera sono nate da sostituzioni improvvise. Quanto conta il talento e quanto conta essere pronti quando arriva l’occasione?
Il talento conta moltissimo, senza dubbio. C’è però una frase che ripeto spesso, soprattutto ai giovani, ai miei figli e a chiunque me lo chieda: il talento senza lo studio non porta a nulla. A volte molto studio, anche accompagnato da un talento minore, può portare a risultati più importanti. Per arrivare a livelli molto alti, naturalmente, la condizione migliore è possedere entrambi. Sono stato fortunato perché ho ricevuto un talento, ma l’ho coltivato fin da piccolo, con passione, ascoltando musica e studiando. Lo studio non mi è mai pesato: è sempre stato alimentato dalla curiosità di imparare qualcosa ogni giorno. Alcuni momenti decisivi della mia carriera sono nati da circostanze fortunate, come le sostituzioni all’ultimo minuto: quando capitano, bisogna saperle cogliere al volo. Essere arrivato preparato, dopo avere studiato moltissimo — e continuo a farlo, perché nel nostro lavoro si studia sempre — mi ha permesso di sfruttare quelle occasioni nel modo migliore.
Lei ha trascorso molti anni dentro l’orchestra, prima di salire sul podio. Che cosa ha imparato ad ascoltare, oltre alla musica?
Stando dentro un’orchestra si imparano due cose molto importanti. La prima è quella che chiamo la “temperatura dell’orchestra”: capire se, in quel momento, i musicisti sono più o meno entusiasti del progetto, se ci credono oppure devono essere coinvolti e convinti; comprendere, inoltre, se quell’orchestra è abituata a lavorare in un modo o in un altro. Non significa lavorare di più o di meno, ma riconoscere una diversa maniera di lavorare. Aver trascorso quindici anni in orchestra mi permette di percepire abbastanza bene questa temperatura. Mi aiuta anche un’empatia che credo sia innata e che, in questo mestiere, consente di comprendere le persone. Un’orchestra è un gruppo eterogeneo: tutti sono musicisti, ma ciascuno ha una personalità e un istinto differente. Si deve capire chi è più portato alla leadership, chi è più gregario, chi è più irruente. Tutte queste personalità vanno comprese e bilanciate, perché il compito del direttore d’orchestra è aiutare i musicisti.
Quindi il direttore è anche un po’ psicologo?
Assolutamente sì. La componente psicologica è molto importante. Ai giovani direttori dico sempre che empatia e psicologia sono fondamentali, perché comunichiamo con i musicisti e dobbiamo aiutarli. Quando comprendiamo che qualcuno ha una naturale capacità di leadership, è bene valorizzarla in modo positivo. Siamo un po’ come il coach di una squadra: dobbiamo convincere tutti che la nostra idea di quel brano o di quell’opera è quella giusta in quel momento, non che sia la migliore in assoluto. La volta successiva gli stessi musicisti potranno eseguirla con un altro direttore, in modo diverso, ed essere altrettanto convinti. Il nostro approccio deve essere questo. Per riuscirci bisogna coinvolgere tutti in modo positivo. Non è più l’epoca del direttore alla Toscanini, grandissimo maestro ma caratterizzato da un autoritarismo incredibile. Oggi bisogna essere molto autorevoli. Il livello delle orchestre è cresciuto enormemente: può accadere che io diriga una sinfonia di Mahler per la terza o la quarta volta, mentre un musicista l’ha già suonata quindici volte. Devo quindi dare la mia impronta rispettando profondamente l’esperienza di chi ho davanti. Nelle orchestre di altissimo livello il lavoro del direttore consiste proprio nel mettere insieme personalità forti — qualità indispensabile per svolgere questo mestiere — e nel condurle verso una stessa impronta interpretativa, condivisa da tutti.
C’è un aspetto molto interessante del suo modo di dirigere: mi ha colpito il fatto che spesso diriga a memoria, cercando lo sguardo dei musicisti. L’autorevolezza nasce dal controllo o dalla fiducia?
L’autorevolezza nasce sicuramente dalla fiducia. Prima di tutto, dalla fiducia che il direttore ripone nei musicisti: così si sentono valorizzati, perché percepiscono che il direttore crede in ciò che fanno. Allo stesso tempo, dirigere a memoria e dimostrare di conoscere davvero la partitura fa sì che i musicisti si fidino del direttore. Non basta muovere le braccia: devono capire che conosco profondamente ciò che stiamo eseguendo e che posso aiutarli quando serve. Finché l’esecuzione fila liscia, il direttore serve soprattutto a ispirare i musicisti e a dare un’impronta musicale. Ma possono verificarsi piccoli problemi, soprattutto nell’opera, dove è necessario coordinare coro, cantanti e orchestra: quando si mettono insieme duecento o trecento persone, l’errore è sempre dietro l’angolo. Il direttore deve intervenire senza far percepire al pubblico che qualcosa non sta andando perfettamente e deve riuscire ad aggiustare tutto in tempo reale. Se i musicisti sanno che il direttore conosce bene la partitura, quando succede qualcosa lo guardano subito. Non lo dicono, ma con gli occhi stanno chiedendo: “Aiutaci”. E il direttore deve rispondere in un secondo. È il meccanismo che si crea tra direttore e orchestra: il pubblico forse non sempre lo percepisce ed è difficile da spiegare, ma noi capiamo immediatamente se siamo davvero in contatto, anche soltanto attraverso uno sguardo.
Partendo da una canzone volutamente provocatoria, tempo fa ho scritto un editoriale e mi sono domandata dove finisca la libertà dell’artista e dove inizi, invece, la responsabilità culturale. Secondo lei l’arte deve soltanto raccontare la società oppure deve anche aiutarla a crescere? Mi riferisco soprattutto ai testi di alcune canzoni contemporanee, che non tutti apprezzano o comprendono.
Posso rispondere dal punto di vista della musica sinfonica e operistica, perché non frequento molto la musica pop e quindi non sono la persona più indicata per giudicarla. Naturalmente mi capita di ascoltarla, perché ne siamo circondati, ma a volte mi ritrovo a chiedere: “Di chi è questa canzone?”. Dal punto di vista di chi, come me, vive la musica classica, è fondamentale comprendere due aspetti. Abbiamo certamente un ruolo narrativo ed educativo: dobbiamo mantenere vivo ciò che è accaduto e portarlo a conoscenza del pubblico. Quando eseguiamo una sinfonia di Beethoven, proposta già migliaia di volte, offriamo a chi non l’ha mai ascoltata — per esempio a un giovane — la possibilità di conoscere che cosa accadeva tra la fine del Settecento e l’Ottocento attraverso un compositore di quella grandezza. Chi l’ha ascoltata molte volte ritrova invece il piacere e l’emozione dell’ascolto dal vivo. Dobbiamo sempre proporre una visione moderna. Per noi musicisti classici “moderna” significa il più possibile aderente a ciò che è scritto. In passato, talvolta, l’interpretazione ha preso il sopravvento sulle indicazioni del compositore; oggi si cerca di tornare più vicini alla partitura, pur mantenendo un margine interpretativo. Riascoltare dal vivo la Quinta di Beethoven può essere ancora una grandissima emozione. Questo riguarda la musica del passato. Ma la musica classica, come tutti i generi — e forse la musica pop ancora di più — è viva: esistono composizioni contemporanee. Ed è qui che si entra in un campo… molto discusso. Mi chiedono spesso: “Maestro, le piace la musica contemporanea?”. Io rispondo sempre: “Mi piace la musica bella, ben eseguita; poi, naturalmente, ho un gusto personale”. Non possiamo stabilire in assoluto che una cosa sia bella e un’altra brutta. A me può piacere Beethoven, a lei Mozart, a mia moglie Verdi e a qualcun altro Duke Ellington. I gusti sono diversi. Ciò che dobbiamo far capire è che l’arte, in ogni epoca, indica la direzione verso cui andrà il mondo. A volte non lo percepiamo o non lo comprendiamo, ma l’arte è sempre avanti: arriva prima della società e, proprio per questo, comporta anche una responsabilità. Oggi possiamo eseguire per la prima volta un brano immaginando che tra vent’anni sarà stato proposto centinaia di volte, anche se naturalmente non accade a tutte le composizioni. Credo che lo stesso valga per la musica pop: esistono brani che durano un’estate e altri che restano per venti o trent’anni. Penso, per esempio, alle canzoni di cantautori come Battisti, che continuano a essere cantate, mentre altre, ascoltate soltanto l’estate precedente, vengono presto dimenticate. Il valore dell’arte si comprende soltanto con il tempo. La scommessa dell’artista — e, nel mio caso, del direttore d’orchestra — consiste anche nello scegliere i compositori sui quali puntare. In base al valore musicale che percepisco nella composizione e nell’esecuzione dell’orchestra, posso convincermi che un autore sarà conosciuto ancora tra cent’anni.
Gli artisti sono, e devono essere, in anticipo sulla società. È una buona cosa che sia la cultura a dare una direzione alla società, non il contrario.
Quando un giorno guarderà al suo percorso, quale differenza vorrebbe aver fatto nelle orchestre, nei musicisti e nel pubblico attraverso il suo lavoro?
Sono fortunato perché ho diretto, per la maggior parte, orchestre eccezionali e di altissimo livello. Penso in particolare alla Detroit Symphony Orchestra, di cui sono direttore musicale, e all’Orchestra Verdi di Milano, oggi Orchestra Sinfonica di Milano, dove sono stato direttore associato e residente. Credo di avere lasciato qualcosa soprattutto nel metodo di lavoro, nella dedizione e nell’attenzione ai dettagli più profondi.
Sono convinto che la differenza tra un livello davvero alto e gli altri livelli risieda proprio nei piccoli dettagli. Se ascoltiamo lo stesso brano eseguito da orchestre diverse, sono i dettagli a fare la differenza. Accade in ogni arte: pittura, danza, scultura. Due persone possono rappresentare la stessa cosa, eppure un’opera ci incanta mentre un’altra, apparentemente simile, passa inosservata. C’è sempre un dettaglio capace di catturare la nostra attenzione.
Nell’esecuzione musicale accade lo stesso. Questo aspetto è molto presente nel mio modo di lavorare. A Detroit mi hanno scelto anche perché, a detta loro, sono un “hard worker”. Tutto ciò che faccio nasce dal desiderio di essere il più rispettoso possibile di ciò che è scritto in partitura.
A volte mi fermo e dico: “Attenzione, non abbiamo fatto questo accento”, oppure: “Non abbiamo realizzato questo piccolo crescendo”. Può sembrare una sciocchezza, ma nella complessità di un brano sono proprio i piccoli dettagli, sommati tra loro, a rendere un’esecuzione di alto livello. Senza questa attenzione si può ottenere un’esecuzione buona e piacevole, ma difficilmente memorabile. Ciò che voglio lasciare alle orchestre con cui lavoro è proprio questo approccio profondo, capace di innalzarne il livello.
Il racconto di Jader Bignamini ci ricorda che partire non significa abbandonare, che il successo non cancella la provenienza e che le radici, quando sono autentiche, non sono un’ancora: sono una cassa di risonanza. Da Crema, dove tutto è cominciato, a Milano, dai grandi teatri del mondo al podio della Detroit Symphony Orchestra, il cammino di Jader Bignamini attraversa confini, città e continenti. Eppure, passando per Scandolara Ripa d’Oglio e per la piazza silenziosa di Isola Dovarese, le distanze sembrano improvvisamente ridursi. Perché il vero filo conduttore non è soltanto la musica: è la vita, con le sue radici, gli incontri e quella voce interiore che, anche da molto lontano, continua a indicarci la strada di casa.
Beatrice Ponzoni
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05/08/2026