Kurtág 100, Cremona capitale della musica contemporanea: la Stauffer chiude la stagione con lo strepitoso Ensemble intercontemporain

11 lug 2026

Si è conclusa la stagione concertistica della Stauffer con un appuntamento dedicato a György Kurtág, nel segno del suo centesimo compleanno. Ospite d’onore della serata è stato l’Ensemble intercontemporain, formazione fondata esattamente cinquant’anni fa da una delle figure cardine della musica del Novecento, Pierre Boulez, affiancata dai giovani Quartetto Arola, Quartetto Quazar e diversi studenti dell'Accademia.

Per una sera Cremona si è calata nella contemporaneità ai massimi livelli, ergendosi a capitale della modernità musicale. Un programma di rara coerenza ha offerto al pubblico un itinerario attraverso alcune delle pagine più significative del secondo Novecento, dimostrando come la musica contemporanea non rappresenti soltanto una frontiera estetica, ma anche una delle testimonianze più profonde della storia recente.

Ogni epoca produce infatti una musica capace di riflettere il tempo che l’ha generata e mai come nel Novecento il susseguirsi degli eventi storici trova una traduzione sonora tanto diretta quanto spietatamente lucida. Il secolo delle guerre, dei contrasti, delle rivoluzioni tecnologiche, del sarcasmo e della disillusione ha prodotto capolavori in grado di scuotere e interrogare l’ascoltatore con una forza tanto sottile quanto affilata.

Il programma ha riunito esecuzioni solistiche e cameristiche dedicate a tre figure fondamentali della musica del secondo Novecento: György Kurtág, Sofia Gubaidulina e György Ligeti. I brani, eseguiti senza soluzione di continuità e con un continuo avvicendamento degli organici, hanno alternato le miniature di Segni, Giochi e Messaggi di Kurtág alle composizioni per quartetto d’archi, costruendo un percorso unitario che ha evidenziato le differenti poetiche dei tre autori.

In apertura, i 12 Microludes op. 13, interpretati dai quattro docenti dell’Ensemble intercontemporain, hanno immediatamente proiettato il pubblico in un universo in miniatura. Il debito nei confronti della scrittura quartettistica di Anton Webern è evidente, ma pienamente assimilato in una lingua personale fatta di contrasti estremi, silenzi eloquenti, gesti sonori fulminei ed effetti timbrici cesellati con una precisione quasi chirurgica. L’esecuzione ha restituito ogni frammento con una nitidezza millimetrica, rendendo percepibile il peso espressivo di ogni singola nota.

Gli stessi interpreti hanno quindi affrontato il Secondo Quartetto di Sofia Gubaidulina, pagina di ampio respiro, sospesa fra spiritualità e tensione metafisica. La compositrice russa costruisce un discorso che sembra continuamente tendere verso un altrove, attraverso un sapiente equilibrio fra densità timbrica, tensione armonica e improvvisi spazi di rarefazione.

Il Quartetto Arola ha poi dato voce all’intenso Officium breve in memoriam Andreae Szervánszky di Kurtág, autentica meditazione sonora in cui ogni frammento assume il valore di una confessione. Colpisce soprattutto la straordinaria gestione delle sonorità, sempre variate, espressive e calibrate, capaci di trasformare la brevità della scrittura in una sorprendente profondità emotiva.

A chiudere il concerto è stato il Quartetto Quazar con il Primo Quartetto di Ligeti, Métamorphoses nocturnes, pagina travolgente che vive di ironia, trasformazioni e continui contrasti. L’intero brano germina da un semplice inciso di quattro note, continuamente elaborato fino a generare un caleidoscopio di situazioni sonore. Fruscii, armonici, pizzicati, valzer deformati e violenti ritmi ungheresi sono emersi dalla notte come personaggi usciti da un racconto di Edgar Allan Poe, sorprendendo il pubblico con quella schiettezza e quell’ironia corrosiva che costituiscono uno dei tratti più riconoscibili dell’arte di Ligeti.

Un plauso va infine a tutti i solisti impegnati nelle pagine tratte da Segni, Giochi e Messaggi. In questi aforismi musicali Kurtág trasfigura l’estetica romantica del frammento in un linguaggio essenziale, duro e profondamente umano, nel quale ogni gesto sonoro racchiude un universo espressivo. Ne emerge un sentimento sempre sincero, mai artificioso, che rende questa raccolta uno dei manifesti più autentici della poetica del compositore ungherese e, insieme, una delle testimonianze più alte della musica del nostro tempo.

Foto di Francesco Sessa Ventura

Galleria fotografica

Filippo Generali

© Riproduzione riservata

Tutti gli articoli