Il respiro dei Maestri, il passo dei giovani: l’abbraccio della Stauffer a Cremona
09 mag 2026
Secondo il filosofo Friedrich Schlegel l’essenza dell’opera d’arte romantica sta nel “dare forma fantastica a un contenuto sentimentale”.
Obiettivo centrato con il concerto di stasera all’Auditorium Giovanni Arvedi, che ha ospitato ancora una volta il concerto-evento Omaggio a Cremona, appuntamento che da quasi quarant’anni rappresenta il sogno realizzato di un’accademia d’eccellenza assoluta aperta ai giovani talenti di tutto il mondo. Salvatore Accardo e Bruno Giuranna sono tornati a condividere il palcoscenico con i loro allievi, e proprio in questa continuità tra generazioni si è rinnovato il senso più autentico della serata: non l’esibizione virtuosistica fine a sé stessa, ma il rinnovarsi concreto della grande tradizione musicale italiana ed europea.
Il concerto si è aperto con un capolavoro del romanticismo, il Quartetto per pianoforte e archi op. 47 di Robert Schumann, affidato a Bruno Giuranna, alla pianista Clara Dutto e alle valenti allieve della Stauffer Eshter Zaglia e Rebecca Ciogli. La sala ha vibrato di un’immediata atmosfera di condivisione e fraternità musicale per questo brano che è, se vogliamo, anche un omaggio nell’omaggio: un tributo di Schumann, nel pieno fiorire del suo genio, alla visionarietà di Beethoven, costellato di citazioni più o meno evidenti al Maestro di Bonn, intrecciate con i motti musicali dalla qualità parlante tipici dello Schumann cameristico. La lettura è risultata vibrante, ricca di slancio romantico e di dialogo interno, ma soprattutto attraversata da quel senso di appartenenza a una scuola, a una storia interpretativa, che costituisce il vero patrimonio dell’Accademia Stauffer. Giuranna ha mostrato ancora una volta come l’esperienza possa trasformarsi in gesto educativo vivo, capace di trasmettere, insieme alle competenze, un’idea alta del fare musica insieme. Sul piano strettamente musicale, l’ensemble ha convinto soprattutto nella naturalezza del dialogo cameristico: il pianoforte di Clara Dutto, sonoro e protagonista ma senza mai soverchiare l’ensemble, ha saputo mantenere chiarezza anche nelle fitte scritture accordali del primo movimento, sostenendo gli archi con un fraseggio mobile e ben articolato. Di grande efficacia lo Scherzo in cui il quartetto ha mostrato brillantezza ritmica e precisione negli scambi imitativi. Pura poesia l’Andante cantabile, in particolare nel il dialogo appassionato di violino e violoncello. Quando il tema è giunto all’enunciazione della viola l’emozione del passaggio di testimone dalla saggezza del Maestro, latore di un suono che sembrava formarsi da siderali distanze, al suono pieno e corposo della violinista che dava carnalità alla melodia, ha tratteggiato in poche battute il senso profondo di questa serata. Il Finale, affrontato con slancio quasi sinfonico, ha forse privilegiato l’impeto rispetto alla cesellatura del dettaglio, ma proprio questa scelta ha restituito con forza la natura febbrile e appassionata della scrittura schumanniana.
Fin dalle prime battute di Verklärte Nacht di Arnold Schönberg, eseguita da Accardo insieme ai giovani musicisti della Stauffer Sofia Catalano, Teresa Valenza, Niccolò Corsaro, Davide Cellacchi e Mattia Midrio, si è percepita l’originalità delle scelte interpretative.
L’esecuzione non ha cercato l’effetto spettacolare, ma ha privilegiato il respiro comune, l’ascolto reciproco, la trasmissione di un linguaggio musicale che si è costruito davanti al pubblico quasi come un passaggio di consegne. Salvatore Accardo ha guidato il sestetto con autorevolezza discreta, lasciando emergere la personalità degli allievi dentro una visione unitaria e profondamente poetica. Particolarmente riuscita è apparsa la gestione delle grandi arcate dinamiche: i passaggi in pianissimo, tesi ma mai esangui, hanno creato un clima sospeso di notevole suggestione, mentre nei culmini espressivi il suono si è ampliato senza perdere trasparenza timbrica. Molto curato anche il lavoro sulle transizioni armoniche, decisive in un brano costruito più sulla metamorfosi del colore che sul contrasto tematico tradizionale. I giovani archi hanno mostrato una notevole maturità nell’equilibrio fra tensione cromatica e cantabilità, soprattutto nelle sezioni centrali, dove il fraseggio si è fatto più nervoso e franto. Accardo, dal canto suo, ha evitato qualsiasi sentimentalismo tardoromantico insistendo piuttosto sulla continuità del discorso e sulla chiarezza delle linee interne, quasi a mettere in luce il già evidente superamento della tonalità tradizionale.
Il pubblico cremonese ha assistito così non soltanto a un concerto di eccellente livello, ma a un rito civile e culturale che negli anni ha saputo mantenere intatto il proprio significato. Omaggio a Cremona continua a incarnare una concezione della musica come eredità condivisa, dove il prestigio della tradizione non si celebra nella ricerca della perfezione tecnica, pur presente, ma nella sua capacità di rigenerarsi attraverso l’incontro fra maestri e giovani interpreti.
Ed è forse proprio per queste ragioni che la serata ha suggerito, quasi in controluce, anche una riflessione per il futuro. Una realtà tanto unica e prestigiosa, fondata sul rapporto continuo, umano e duraturo tra maestri e allievi, ha costruito la propria identità su un equilibrio raro e difficilmente replicabile. Gli eredi di questa tradizione saranno chiamati non soltanto a conservarne il prestigio internazionale, ma soprattutto a custodirne lo spirito più profondo. La vera sfida, per il futuro della Stauffer, non sembra allora quella di inseguire trasformazioni esteriori o modelli impersonali, quanto piuttosto quella di non snaturare il carattere straordinario di una scuola che ha fatto della trasmissione diretta dell’esperienza artistica la propria ragione d’essere.
Servizio fotografico di Francesco Sessa Ventura
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Angela Alessi
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09/05/2026