Alle radici cremonesi del vespro monteverdiano. Domenica il Vespro di Monteverdi a Sant'Agostino aprirà ufficialmente il Monteverdi Festival

02 giu 2026

Il Vespro della Beata Vergine da concerto composto sopra canti fermi, a sei voci e sei strumenti di Claudio Monteverdi aprirà ufficialmente la 43esima edizione del Monteverdi Festival all’ora del vespro domenica 7 giugno, all’ora del vespro (18) nella chiesa di Sant’ Agostino. L’esecuzione di questo monumento musicale, oramai entrato stabilmente nel programma festivaliero, è affidata a  Leonardo Garciá Alarcón – direttore alla guida della Cappella Mediterranea e del Choeur de Chambre De Namur.

L’opera porta la data di stampa del 1610, a Venezia. Il compositore è oramai alla fine del suo rapporto con Mantova (andrà a Venezia tre anni dopo nel 1613) e compone un grande affresco musicale che trova radici in quella che fu la sua formazione nella cappella musicale del duomo cremonese. Stilemi e modi compositivi appaiono rielaborati, seppur con sue importanti ‘invenzioni’, in quello che era il repertorio a Cremona.

Molti sono riferimenti. Nel 1573, Ippolito Cammatarò, musico romano, e maestro di cappella a Cremona tra il 1571 e il 172/73 pubblica a Venezia (1573) I Salmi corista a otto voci composti ed eseguiti nel suo periodo sotto il Torrazzo e già entrati nel repertorio della cappella cremonese visto il favore con cui Nicolò Sfondrati (vescovo della città prima di essere elevato Pontefice) li aveva accolti. Due sono gli elementi che confermano che queste composizioni furono patrimonio musicale di Monteverdi. Alcuni dei salmi musicati dal compositore romano, fanno parte anche del vespro monteverdiano; perché insiti nella liturgia vespertina. Ma c’è un tema importante. Cammatarò inserisce nel frontespizio della sua opera la possibilità di eseguire quelle composizioni accompagnandole con ogni sorte di instrumenti. Prassi che Monteverdi utilizzerà, con singolarità artistica, nel suo Vespro del 1610. La scrittura del compositore romano soprattutto nel Dixit Dominus (stesso salmo musicato dal cremonese) presenta quella grande policoralità che Monteverdi renderà incredibilmente efficace nella sua opera. Lo stesso si può dare per un altro salmo presente in entrambi le raccolte il Laudate Pueri. Monteverdi farà compiere un passo avanti alla distribuzione della musica su otto voci, mantenendo una parte corale e trasformando, quella del secondo coro in Cammatarò, in un brano per solisti. Ma la radice originaria resta quella. 

A questo proposito è indubitabile l’influsso su Monteverdi di Marc’Antonio Ingegneri: successore di Cammatarò nella carica di maestro di Cappella nel duomo cremonese; nonché diretto maestro del ‘Divin’ Claudio. E anche qui gli esempi di quelle radici stilistiche cremonese del Vespro sono numerose. C’è da citare un dettaglio di assoluta importanza per capire come Monteverdi sa alternare le grandi parti del coro con quelle dei solisti. Nel 1573 Ingegneri pubblica il Liber Primum Missarum con quinque et octo vocibus. All’interno della Messa Voce Mea, il Crucifixus dal Credo vede già un’improvvisa riduzione, in funzione espressiva, dalle otto a sole tre voci. Come se queste dovessero essere eseguite da solisti e non dal più nutrito complesso vocale. Espediente che il maestro di Monteverdi, utilizza, a piene mani, anche nei più famosi Responsori per la Settimana Santa datati 1588, anno in cui la presenza del creatore dell’Orfeo è intensa negli ambienti musicali cremonesi. Ma c’è un altro dettaglio che illumina il rapporto con il suo maestro. Nelle Sacrae Cantiones cum Quatuor Vocibus (1586) dell’Ingegneri è contenuto il cosiddetto Duo Seraphim clamabant. Un mottetto che è tra i più noti del Vespro ‘mantovano’. Sorprende constatare come, sebbene ci sia una diversa impostazione d’organico vocale , appaia una somiglianza espressiva e ambientale tra le due composizioni (quella del maestro e quella dell’allievo). 

Forse un ricordo. Un omaggio dell’allievo al maestro, lasciato a Cremona. 

Roberto Fiorentini

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