Ottant’anni di rigore e passione: Stefano Conia senior, il decano austro-ungarico dei liutai cremonesi

16 gen 2026

Ha compiuto ottant’anni il maestro Stefano Conia senior, decano dei liutai cremonesi, figura centrale della liuteria del secondo Novecento e testimone diretto di una stagione irripetibile della scuola di Cremona.
Conia è un uomo di altri tempi: carismatico, diretto, senza concessioni. Una tempra dura, forgiata dal lavoro quotidiano, da una disciplina quasi militare e da una dedizione assoluta alla professione. Nulla, nella sua storia, è stato facile o regalato.

Si definisce spesso, non senza orgoglio, austro-ungarico: non solo per le origini familiari, ma per un modo di essere che richiama rigore, carattere, senso del dovere e una visione del lavoro come vocazione totale. Il suo nome, oggi conosciuto e rispettato in tutto il mondo, è il risultato di decenni di fatica, studio, confronto continuo con i musicisti e una coerenza mai tradita.

Quella che segue è una lunga conversazione in cui Stefano Conia ripercorre la sua vita di liutaio: la Cremona degli anni Settanta, i maestri, la scuola, le difficoltà, la burocrazia, il mercato, la concorrenza, il suono, l’identità dello strumento e il peso dell’eredità morale e professionale ricevuta.

D: Maestro Conia, guardando alla sua esperienza, come è cambiato il mestiere del liutaio dagli anni Settanta a oggi?
R: Negli anni Settanta eravamo pochissimi, quattro gatti. Le difficoltà c’erano anche allora, ma erano molto diverse. Quando si era in tre o quattro, c’era magari un po’ di gelosia, ma il contesto era semplice. Oggi siamo centinaia, forse anche di più, e non ci si conosce nemmeno tutti. Il mondo della liuteria è cresciuto moltissimo, ma insieme sono aumentate anche le complessità.

Io non invidio chi comincia oggi. Quando ho iniziato io, nel 1972, arrivò l’IVA, e già quello sembrava un grande cambiamento. Oggi però la burocrazia è diventata enorme: normative, imposte, procedure informatiche, home banking, gestione di documenti e immagini digitali. Sono tutte cose che non c’entrano nulla con il mestiere del liutaio, ma dalle quali non si può prescindere e che rendono il lavoro più pesante.

Costruire violini, in realtà, si impara: si va a scuola di liuteria, si fa tirocinio, si fa esperienza, e si costruiscono strumenti. Anche aprire una bottega non richiede spazi enormi. Io lavoro in 75 metri quadrati, con due uffici. Il problema vero oggi sono i costi: l’attrezzatura, i materiali, le bollette, l’affitto. Quando ho iniziato pagavo meno di ventimila lire al mese; oggi parliamo di migliaia, decine di migliaia di euro all’anno.

Ai giovani dico che ci vuole molto coraggio e molta tenacia. Se questo lavoro piace davvero, bisogna concentrarsi completamente, altrimenti non funziona. Servono pazienza e impegno, strumenti che non si trovano né sul telefono né su internet. I tempi sono cambiati e bisogna metterlo in conto fin dall’inizio.

È anche normale che non tutti continuino questo percorso. Ho avuto allievi che hanno cambiato strada, che hanno fatto altri mestieri. Un po’ di selezione è fisiologica: fa parte della vita professionale e del mestiere stesso.

D: Oggi si parla molto di competizione nella liuteria, soprattutto a Cremona. Qual è la sua visione?
R: La competizione esiste, ed è sia locale sia internazionale, soprattutto per i giovani. Ma il mercato della liuteria è molto grande, perché il mondo dei musicisti è vastissimo. Non è una moda recente: è sempre stato così. Se un liutaio vende a un musicista importante, è naturale che altri cerchino strumenti simili. È successo anche a me e non lo trovo affatto preoccupante.

Io non ho problemi da questo punto di vista, perché lavoro con tutto il mondo. E non ho nemmeno problemi con la presenza di tanti liutai stranieri a Cremona. È un loro diritto. Se uno vuole un violino da me viene da me, se lo vuole da un altro va da un altro. Non c’è motivo di essere gelosi: lo spazio nel mondo c’è per tutti.

Il vero problema, invece, è la concorrenza sleale. Non è accettabile trovare strumenti falsi con il mio nome nelle aste internazionali, completi di certificati e timbri copiati. Lì mancano i controlli, e questo danneggia tutti. I falsi si riconoscono facilmente, ma intanto circolano.

C’è poi la questione dei violini in bianco: strumenti quasi pronti che vengono rifiniti velocemente a Cremona per poter essere dichiarati tali. Questo non fa bene né alla città né alla liuteria cremonese. Sono stati fatti dei primi passi a livello normativo e regionale, ma serve molto di più.

Alla fine, però, la differenza si vede sempre. La mano del liutaio è riconoscibile: il modo di lavorare, la vernice, il carattere dello strumento. Quelle cose non si copiano.

D: Come descriverebbe un violino Conia?
R: Ogni liutaio ha una propria identità, e questo si sente nello strumento. Tra il mio violino e quello di altri colleghi c’è in realtà poco in comune. Oggi molti fanno strumenti antichizzati, copie molto fedeli di originali storici; io invece preferisco strumenti nuovi, con una personalità chiara.

Spesso mi dicono che i “violini Conia hanno il suono di Conia”. È vero: ogni liutaio ha un proprio timbro, che nasce dalle scelte sugli spessori, sui modelli, sulla bombatura, sulla vernice, sull’anima, sul ponticello, sul manico. Tutto riflette la personalità e l’idea di suono di chi li costruisce.

Il dialogo con i musicisti è fondamentale. Io stesso ho suonato il violino per diversi anni e questo aiuta molto. In bottega passano musicisti, quartetti, solisti: il confronto continuo è indispensabile per crescere.

Io ho una predilezione per una bombatura più vigorosa, di impronta “tedesca”. I francesi storicamente lavoravano in modo diverso, e anche Amati e Stradivari presentano soluzioni differenti. È giusto così: non voglio copiare nessuno in modo filologico. Voglio una mia linea riconoscibile.

Le differenze si vedono in ogni dettaglio: nelle punte, nelle effe, nella vernice. Ho insegnato verniciatura per oltre vent’anni e non credo nei segreti. Ho insegnato le basi, poi ogni liutaio sviluppa la propria personalità. È questo che rende viva la liuteria.

Il carattere conta molto. Io vengo da una tradizione austro-ungarica, da una cultura di rigore e di forza. Questo carattere si riflette anche nei miei strumenti: devono avere personalità, essere riconoscibili, avere un’identità precisa.

In che modo la vita di tutti i giorni in bottega, le esperienze pratiche e le fatiche di quegli anni hanno contribuito a formare il suo carattere e il suo mestiere?”

R: Tantissimo. La formazione non passava solo dalla scuola di liuteria, ma anche dalla vita quotidiana. Nei primi anni da studente a Cremona eravamo in diciotto, pochi rispetto a oggi, ma c’era già molta energia, curiosità e fatica da affrontare. Spesso aiutavo in laboratorio: scavavo violoncelli, sollevavo pezzi pesanti, ero giovane e forte, e imparavi a conoscere il legno anche con il corpo.

Gli amici, i colleghi, le piccole abitudini di quei tempi contavano moltissimo: il caffè, le chiacchiere, i momenti di svago con pochi soldi da studente. Tutto questo insegnava disciplina, attenzione, resistenza e la capacità di organizzarsi.

Morassi, il mio maestro, era sempre presente. Non solo insegnava tecnica, ma mostrava come affrontare la fatica quotidiana e a rispettare il mestiere. Mi dava anche un piccolo compenso, 30.000 lire al mese, e a volte pagava lui il caffè. Quelle esperienze hanno formato la mia tempra e il mio carattere: oggi nei miei strumenti si riflette non solo la tecnica, ma anche la pazienza, la forza e l’attenzione ai dettagli che ho imparato vivendo il mestiere giorno per giorno.

D: Quanto hanno inciso le sue esperienze personali e i suoi maestri nella formazione del suo carattere di liutaio?
R: Tantissimo. Il rapporto con mio padre è stato molto difficile: aveva una mentalità durissima, non credeva nel mio percorso. Non ci siamo parlati per vent’anni. Al contrario, Giobatta Morassi ha sempre creduto in me. Mi ha accolto come allievo, mi ha insegnato tutto quello che sapeva e ha voluto che fossi io a portare avanti la continuità didattica dopo di lui.

Con Morassi ho imparato davvero a lavorare. Era un grande lavoratore e soprattutto sapeva insegnare. Aveva una gestualità unica, una precisione incredibile, soprattutto nelle chiocciole. Era ambidestro, e la simmetria che riusciva a ottenere era impressionante. Da lui ho ereditato molte cose: le punte, le effe, l’impostazione del lavoro.

La mia formazione è fatta anche di vita vissuta: gli anni da studente a Cremona, i pochi soldi, l’aiuto degli amici, l’ambiente umano intorno alla scuola di liuteria. Non mi sono mai sentito straniero. Tutto questo ha costruito il mio carattere, che oggi si riflette nei miei strumenti.

Io sento il dovere di portare avanti una linea di lavoro precisa, che unisce quello che ho ricevuto dai grandi maestri del Novecento e la mia personalità. La liuteria non è solo tecnica: è storia personale, carattere, cultura, modo di stare al mondo.

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Filippo Generali

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